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Il passaggio dell’iridato spagnolo in Moto2 lascia spazio ad altre forze, con l’italiano della Honda Leopard subito in evidenza e chiamato a sfruttare l’occasione. La categoria per il 2022 si presenta molto combattuta, ma è ancora vista troppo solo come un passaggio obbligato verso la MotoGP

Massimo Falcioni

Orfana di Pedro Acosta, iridato Moto3 nella stagione del debutto e passato quest’anno in Moto2, la categoria “minore” del Motomondiale è uscita dagli ultimi test precampionato di Portimao con Dennis Foggia gran protagonista, unico sotto l’1’47”, con il record di 1’46.990. Una prova d’orgoglio e di forza, quella del 21enne campione di Palestrina, che lo pone “d’ufficio”, se non come erede del mattatore Acosta, date le diverse caratteristiche tecnico-agonistiche e anche umane, come il pilota da battere nel 2022. Si vedrà solo dal primo round del 6 marzo in Qatar se la candidatura al titolo sarà per Foggia un vantaggio e una spinta decisiva verso l’agognato traguardo iridato oppure un handicap, dato il peso che comporta la pressione di chi sa di non potere sbagliare.

gli altri protagonisti

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Nella combinata, dunque, italiani sulla vetta delle due prime posizioni: a 52 millesimi dal leader Foggia c’è infatti Andrea Migno in 1’47.042 (Honda Sniper), altro binomio pilota-squadra-moto davvero super. Gli altri “azzurri” sono tutti oltre la top-10: 11° a +0.769 Riccardo Rossi (1’47.759, Honda Team Sic 58), 13° Alberto Surra (1’47.837, Honda Snipers Team), 20° Stefano Nepa (1’48.173 (Ktm team MTA), con i due rookie del team Avintia, Elia Bartolini (1’48.382) e Matteo Bertelle (1’48.577), rispettivamente in 22a e 24aposizione. E gli altri? Terzo Izan Guevara (1’47.324), Quarto Ayumu Sasaki (1’47.553) con l’Husqvarna del Team di Max Biaggi, seguito da David Munoz (1’47.618), il sorprendente ragazzino vicecampione del Mondiale Junior 2021 che esordirà nel mondiale 2022 ma saltando i primi sette round, non avendo ancora l’età minima di 16 anni per poter partecipare. Sesto, con la seconda Honda del Team Leopard, il compagno di squadra di Foggia, Tatsuki Suzuki (1’47.625), seguito da Masia (1’47.654), Oncu (1’47.659), Garcia (1’47.696), Toba (1’47.699. Chiude 29a (1’49.293), ma migliorando costantemente i suoi tempi, la rientrante e attesissima Ana Carrasco. Dunque, i primi tre racchiusi in 0″3; i primi cinque in 0″6, i primi dieci in 0″7, i primi diciotto in 1″: un quadro che anticipa le prossime battaglie in pista.

la svolta con la leopard

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Tornando a Foggia e scorrendo il suo curriculum, Dennis pare un “veterano” perché, poco più che 21enne, è oramai una vecchia conoscenza della Moto3 mondiale, avendo debuttato nel 2017. A dire il vero non con eccelsi risultati iridati fino al 2020 (decima posizione finale), con l’exploit della scorsa stagione, alla fine ottimo secondo dietro alla nuova stella Acosta, dopo cinque vittorie, due secondi posti e tre terzi. Il “baby” Foggia era partito forte: nel 2017 è stato il terzo italiano di fila a vincere l’ambito titolo del CEV Moto3 dopo Nicolò Bulega (2015) e Lorenzo Dalla Porta (2016), poi iridato Moto3 nel 2019, fin qui l’unico italiano mondiale in questa categoria. Il pilota di Palestrina era entrato “a tempo pieno” nel mondiale Moto3 nel 2018 dalla porta principale, con il Team SKY VR46 da compagno di squadra di Nicolò Bulega, solo 19° a fine stagione (un solo podio: terzo in Thailandia) e solo 12° nel 2019 (ancora un unico podio: terzo ad Aragon) nello stesso team con Celestino Vietti. A quel punto, per Dennis, le prospettive agonistiche parevano compromesse, quando invece nel 2020 passa nel super team Leopard con le Honda considerate da sempre le più competitive, conquistando a Brno la sua prima vittoria e il secondo posto nel round finale in Portogallo, chiudendo il campionato in decima posizione. Quindi il 2021, con la lotta per il titolo: titolo perso anche per la caduta dell’Algarve, complice la sciagurata staccata finale di Binder. Indubbiamente pilota veloce, Foggia ha il suo tallone d’Achille nel “sentire” la corsa, non sempre al top nel gestire la strategia di gara e campionato, pagandone spesso il fio. Alla sua sesta stagione nel mondiale Moto3, con la squadra e la moto da number one, Dennis non può che puntare al titolo, “senza se e senza ma”.

lotte e trampolino

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Tornando ai tempi degli ultimi test di Portimao, si capisce che anche quest’anno ci sarà una Moto3 infuocata. Ciò conferma la vocazione e il carattere della Moto3-show, categoria che in un certo qual modo ha fatto scuola anche per la Moto2 e per la MotoGP, assai diverse sul piano tecnico ma unite dal concetto della corsa-spettacolo, i cui tempi sul giro mai così tanto ravvicinati negli oltre 70 anni di motomondiale, ne sono la premessa. La Moto3, in effetti, ha avuto e ha un valore particolare che va ben al di là della categoria. Categoria che non solo “apre le danze” di ogni round iridato, scaldando l’ambiente e il cuore degli appassionati sugli spalti degli autodromi e davanti alla tv, ma che fa da “nave scuola” per i giovani piloti preparandoli alle categorie maggiori. Senza la Moto3 ci sarebbe la MotoGP? O meglio: senza “questa” Moto3, ci sarebbe “questa” MotoGP? Anche nel motociclismo dei decenni passati le classi con cilindrate minori (125 e 250) facevano da fucina per i piloti che puntavano alle classi superiori (350 e soprattutto 500). Tuttavia ogni categoria aveva pari dignità e ci sono stati grandi campioni (in primis italiani), fra i più titolati e amati, che non hanno mai fatto il salto nella massima cilindrata. Come non ricordare Angel Nieto, Carlo Ubbiali, Tarquinio Provini, Luigi Taveri, Santiago Herrero, Gilberto Parlotti? Oggi, a differenza dei decenni passati, le classi cosiddette “minori” servono per i piloti soprattutto come categorie di “transito”, via obbligata per puntare alla top class, la MotoGP. Caso mai c’è una questione di “cultura” che riguarda in primis i piloti-ragazzini, i loro genitori, i rispettivi Team. Spesso le corse, in primis la Moto3, sono intese alla guisa di un duello all’arma bianca, comunque uno strumento per esaudire le proprie ambizioni, anche di carriera e di business. Tutto legittimo, per carità, non superando però quel limite che può trasformare la passione in una “malattia”, lo sport in una corrida, una giornata di festa in una tragedia. Su questo, oltre che su non pochi aspetti di ordine tecnico, la Moto3 si deve aprire a una profonda riflessione utile anche alle altre due categorie, in primis alla MotoGP. 

Fonte: https://www.gazzetta.it

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