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Luca Rossi, vicepresidente mondo di Lenovo, racconta la collaborazione con Ducati: “È il pilota che fa la differenza, e in MotoGP sono superuomini. Ma noi aiutiamo ingegneri e piloti a capire come utilizzare una mole di informazioni che un utente medio raccoglie in dieci anni”

Andrea Fanì

“Più velocemente analizzi i dati a disposizione, più veloce puoi andare in pista”. La frase è di Cristian Gabarrini, ingegnere di pista di Pecco Bagnaia, durante la presentazione della nuova Ducati MotoGP 2022. Ma Luca Rossi la promuove subito: “È una grandiosa sintesi del nostro lavoro”. Chi è Luca Rossi e a quale lavoro si riferisca è presto chiarito: è il vicepresidente globale di Lenovo, multinazionale dell’informatica/elettronica da 60 miliardi di dollari e 180 paesi di diffusione. Soprattutto, è l’azienda che dal 2018 aiuta Ducati a migliorare le proprie performance in MotoGP attraverso l’analisi intelligente e creativa dei dati raccolti durante l’attività della Desmosedici di Bagnaia e Miller. Perché le corse restano una questione di istinto e pelo sullo stomaco, di sfida ai propri limiti, ma anche di capacità di interpretare quello che meravigliosi oggetti costruiti dall’uomo, le moto, dicono.

Presidente, perché un top team di MotoGP dovrebbe rivolgersi a un top team dei computer?
“In termini molto ampi, per modernizzare l’utilizzo di una serie di nuove tecnologie che possono essere di notevole aiuto in fabbrica e in pista”.

In termini più specifici?
“Una grande azienda come Ducati si rivolge a una grande azienda come Lenovo non solo per l’attività quotidiana, ma soprattutto per accelerare al massimo la trasformazione digitale, fondamentale soprattutto in era Covid quando è stato sviluppato il remote garage di Ducati. La competitività in pista non è un fattore isolato, è un processo aziendale. Noi aiutiamo a strutturare una parte di quel processo. Ottimizzando gli oltre 50 sensori elettronici presenti su una moto come la Desmosedici, organizzando i server per l’immagazzinamento e la protezione dei dati, realizzando sistemi di elaborazione dei dati, sviluppando l’intelligenza artificiale che permette di interpretare meglio e più velocemente la mole di dati raccolti. Però sia chiaro, la gara la fa il pilota, la gara la vincono il pilota e la moto, noi aiutiamo il team a fare meno errori possibile e massimizzare i punti di forza della moto, la Desmosedici in questo caso”.

Si parla di 50 sensori sulla moto, e una mole indefinita di dati. Di che grandezze parliamo?
“Miliardi di dati. Per dare una idea: in una gara di MotoGP — sottolineo, una sola gara di 45 minuti circa — i sensori su una moto raccolgono circa 15 GB di dati, l’equivalente di quanto un utente medio raccoglie nella propria casella di posta elettronica in 10 anni. Se lei aggiunge i dati delle prove e allarga il campo a un’intera stagione…”.

E poi in epoca Covid si sono sviluppati molto i garage virtuali cui accennava prima. Qual è il loro valore per un reparto corse?
“Certo, Lenovo ha creato la struttura del Garage Virtuale Ducati. Si può intervenire in tempo reale su ogni aspetto, come si fosse in presenza. Un meccanico Ducati a Sepang, per esempio, e un ingegnere Ducati a Borgo Panigale possono condividere i dati in tempo reale, la telemetria e tutta una serie di aspetti, all’istante. Così l’ingegnere può comprendere quale sia il problema sulla moto e risolverlo, o farlo risolvere, a chi mette le mani sulla moto”.

Senza il Covid oggi avremmo ugualmente i garage virtuali?
“Il Covid è stato una macchina del tempo, ha impresso l’accelerazione decisiva a un processo già in atto. Senza il Covid ne avremmo parlato attorno al 2025, invece i remote garage sono realtà da un paio d’anni”.

Rovesciamo i punti di vista: perché un gigante dell’informatica ha interesse a collaborare con un gigante delle corse?
“Perché la trasformazione digitale e l’effetto di ritorno dall’applicare le nostre tecnologie, hanno un effetto benefico su un’azienda come Lenovo. Siamo cresciuti, passando dai soli PC alla produzione di telefoni, non ci occupiamo solo dell’hardware ma sviluppiamo il nostro know how, grazie a collaborazioni come quella con Ducati, ma potrei aggiungere anche l’Inter parlando di calcio, ci siamo trasformati in azienda di solution providing. La collaborazione e l’applicazione ci danno opportunità di allargare il nostro campo di azione”.

Ma in questo, chiamiamolo “sport”, la lettura dei dati, c’è spazio per la creatività umana?
“Spazio? La creatività umana è fondamentale. Le macchine elaborano dati e suggeriscono procedure secondo orizzonti che l’uomo ha dato alla macchina, al computer. L’essere umano dà la direzione. E aggiungo: l’essere umano legge i dati e la capacità di scovare dati diversi dove tutto sembra identico è la grande fase creativa. A parità di dati disponibili, e oggi in MotoGP tutti i grandi team ne hanno a disposizione, la differenza è data dalla capacità di leggerli e applicarli. Come diceva l’ingegner Gabarrini”.

Quando il motorsport ha iniziato questa metamorfosi: ok l’istinto ma utilizziamo i dati e chiediamo aiuto ai computer?
“Direi con i processori X86, c’è stata una enorme svolta informatica. Diciamo nel periodo tra fine anni Ottanta e primi anni Duemila. L’infanzia dei big data, per intenderci, ma sempre mantenendo il pilota al centro di tutto”.

Ecco, i piloti. In F1 ormai i grandi piloti stanno “imparando il linguaggio” degli ingegneri. In MotoGP a che punto siamo?
“Per quella che è la mia esperienza, il profilo del pilota di moto ad altissimo livello resta quello di un superuomo in termini fisici, esseri umani più dotati di altri per resistere alle alte velocità e alle sollecitazioni in generale di oggetti ingegneristici di livello inimmaginabile fino a pochi anni fa. Ancora oggi nelle moto l’aspetto fisico non si è perso. A essere cambiata è stata la percezione dei piloti: hanno compreso che cercare di capire il linguaggio degli ingegneri aiuta la performance. Naturalmente su questa evoluzione dei piloti ha influito la società in generale, parliamo di ragazzi nativi digitali, che hanno una maggiore elasticità mentale nel modo di confrontarsi con strumenti digitali. C’è una maggiore propensione a voler capire”.

In ultimo, la domanda da sfera di cristallo. Cosa dobbiamo aspettarci dall’intelligenza artificiale applicata al mondo racing nei prossimi… 10 anni?
“Se devo citare un aspetto, io credo che verrà fatto un grande investimento nella realtà virtuale applicata. Non parlo solo di efficienza dei simulatori, già oggi molto performanti. La realtà virtuale sarà sempre più matura e questo si tradurrà nella opportunità di fare pratica in moto ma soprattutto nella opportunità di raccogliere dati reali attraverso l’elaborazione virtuale. E, per dirla con Gabarrini, più sono potente e veloce con i dati, più posso andare veloce in pista”.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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