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Il due volte campione del mondo di MotoGP ha parlato a Gypsy Tales: “C’erano dei giorni che ero malato come un cane, altri dove andavo forte in pista ma desideravo morire. Mi sdraiavo con i dolori sul pavimento del motorhome, con i nodi allo stomaco”

Le sue avventure in pista rimarranno per sempre nella storia del Motomondiale. Specie per aver portato il primo e unico titolo iridato Piloti di MotoGP alla Ducati nel 2007. Ma per Casey Stoner, i veri nemici da affrontare nella vita non hanno avuto il nome di Valentino Rossi o Jorge Lorenzo. No, perché la sua battaglia personale, sia fisica che mentale, l’australiano l’ha dovuta combattere contro due patologie: prima l’affaticamento cronico, poi l’ansia, diagnosticata solo in seguito e che lo ha danneggiato lentamente. “C’erano dei giorni che ero ‘malato come un cane’ — ha esordito Stoner al podcast Gypsy Tales — Poi c’erano quei weekend dove più forte andavo in pista, più volevo morire”.

L’ansia di stoner

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I dolori e quella stanchezza, pronta sempre a mostrare il conto e a trasformarsi in sofferenza in Casey. Poi, solo di recente, la diagnosi dell’ansia, “che in realtà non sapevo fosse un fattore — ha aggiunto il due volte iridato in MotoGP nel 2007 e 2011 al podcast Gypsy Tales — Onestamente pensavo fosse solo qualcosa che la gente dicesse per dire, un altro modo per essere stressati. Tutti si stressano”. E quando l’ansia arriva “anche la mia schiena si blocca, tra le scapole — ha spiegato — La percepisco quando non mi sento tranquillo. Sarebbe stato più facile nella mia carriera se l’avessi saputo e avessi potuto gestire meglio la situazione. È stato un brutto colpo essere chiuso con le persone e i media, perché non sono mai stato tranquillo di fronte a loro. Le folle non mi hanno mai messo a mio agio”.

La sofferenza nel motorhome

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Un racconto sensibile e profondo, mentre Stoner volge lo sguardo agli ultimi due Mondiali corsi in MotoGP, che con la Honda gli hanno portato il titolo Piloti nel 2011 e un terzo posto nel 2012. “Più il weekend era migliore e andavo forte, più volevo morire — ha detto l’australiano — Mi sdraiavo sul pavimento del mio motorhome, raggomitolato, con i nodi allo stomaco. Non volevo correre. Non potevo sentirmi peggio. Avevo una grande apprensione. Avvertivo la pressione della squadra, di tutti quelli che mi avevano aiutato. Avevo un team di 70 persone lì, e soprattutto quando sei il pilota numero uno e tutti si aspettano che tu vinca ogni fine settimana, questo ha influito tantissimo su di me”. E ancora: “Mi sono reso conto solo dopo aver finito la mia carriera del perché facessi così tanta fatica. Poi ho avuto il mio piccolo mantra negli ultimi due anni, che era: ‘Puoi fare solo quello che puoi fare, e non puoi fare più di così’”.

soluzione stoner

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Nell’ultima parte del suo racconto, Stoner ha ammesso di non essere ancora capace di stabilire un legame tra la sua ansia e la sindrome da stanchezza cronica che gli è stata diagnosticata alla fine del 2019. Tanto che oggi sta ancora soffrendo di diversi problemi fisici, per via del mancato controllo: “Penso che una parte del motivo per cui il mio corpo non riesca a gestire il tutto non sia chiara — ha aggiunto il due volte iridato nel Motomondiale — Non sappiamo ancora esattamente le cause, dunque non riesco a raccontare cosa stia accadendo. Ma sono certo che gran parte del mio corpo ne stia risentendo”. Prima di concludere: “Sono stato molto bravo a ritirarmi. Non importa quanto male, quanto nervoso e quanto pentito fossi. Sono stato molto bravo a dirmi di ingoiare il rospo e andare avanti sulla mia strada”.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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