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Voluto per superare piloti e case francesi, l’Autodromo di Monza fu costruito in pochi mesi coinvolgendo oltre 5mila persone nei lavori. Dal 1922 è sinonimo di velocità e F1. La nuova sfida? Riportare il Motomondiale

Il 2022 è l’anno del centenario della nascita dell’autodromo e a Monza arrivano dallo Stato nell’ambito della Manovra Finanziaria 5 milioni di euro e altri 15 milioni seguiranno nel 2023. Soldi che serviranno per nuovi lavori in grado di garantire alla pista brianzola almeno gli standard necessari per effettuare il round mondiale di Formula 1 dell’11 settembre 2022, tra cui la pista riasfaltata e la sistemazione dei sottopassi. Questi 20 milioni di euro sono manna dal cielo per metter mano ai primi lavori ma per ristrutturare davvero l’intero impianto servirebbero ben altre cifre: 100 milioni!

ripensare monza

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Il centenario deve essere l’occasione non solo per un restyling e una lucidata complessiva ma per modernizzare l’autodromo nel suo complesso sfruttando anche particolarità uniche al mondo, come ad esempio il recupero della pista di alta velocità che non è solo archeologia industriale, ma sede speciale per ospitare gare di auto e moto storiche, fiore all’occhiello per una “hall of fame” davvero unica al mondo. Va da sé che nel rilancio dell’autodromo, un posto va trovato per far rientrare dalla “porta grande” anche la motocicletta nelle sue varie declinazioni e il motociclismo racing, pur nella piena salvaguardia della sicurezza. Si può fare, si deve fare, non nella logica dell’amarcord ma in nome dello sport e degli eventi di qualità, della cultura e del business come è accaduto in passato e accade anche oggi in altri paesi europei ed extra europei. D’altronde, Monza ha dimostrato sin dall’inizio, esattamente cent’anni fa, di saper fare miracoli nel pensare, progettare, costruire un autodromo, praticamente partendo da zero.

nasce monza

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Nel gennaio del 1922 una delibera dell’Automobile Club di Milano dava il via al progetto per la costruzione del circuito all’interno del parco di Monza istituito il 14 settembre 1805 per volontà dell’imperatore Bonaparte con l’obiettivo di realizzare una tenuta agricola e una riserva di caccia di oltre 700 ettari, tre volte più grande del mitico parco parigino di Versailles. La spinta per realizzare una pista permanente che diventerà poi il “tempio della velocità” dell’automobilismo e del motociclismo nazionale e internazionale era venuta dalla disfatta “tricolore” nel primo Gran Premio d’Italia del 4 settembre 1921 tenutosi su un circuito stradale a Montichiari presso Brescia dove le auto italiane (Fiat, Alfa Romeo, Lancia, Isotta Fraschini, Maserati) erano state battute dalle francesi Ballot 3/8 LC (3000 cc, otto cilindri bialbero da 107 Cv, 190 Km/h) anche grazie alla qualità delle gomme Pirelli che consentirono al primo e al secondo arrivato, Jules Goux e Jean Chassagne, di percorrere i 30 giri del tracciato di 17,3 Km (519 Km) in 3 ore e mezza poco più, senza soste ai box. Un duro colpo e anche una provvida lezione per le squadre italiane: per vincere non bastava una macchina competitiva e buoni piloti ma servivano quei test che le auto francesi già facevano su circuiti chiusi, chiedendo quindi di poter disporre in Italia di una pista permanente adeguata per provare i loro bolidi in vista dei Gran Premi.

E autodromo sia

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L’Automobile Club di Milano raccoglieva la sfida costituendo il 17 gennaio 1922 la S.I.A.S. (Società Incremento Automobilismo e dello Sport) cui veniva data la concessione di una parte del Parco Reale di Monza per realizzare un circuito. Non si trattava di raccordare stradoni già presenti nel Parco ma di costruire un vero e proprio grande autodromo sulla falsariga del già mitico Indianapolis realizzato in Usa nel 1909 e della pista inglese di Brooklands, operativa dal 1907. Superati non pochi ostacoli iniziali di ordine finanziario e burocratico-istituzionale il progetto prende il via: si tratta di un circuito stradale di 5.500 metri e un anello di alta velocità di 4.500 metri con tutti i collegamenti e i servizi necessari. Un’opera straordinaria iniziata il 15 maggio 1922 e realizzata a tempo di record: 110 giornate lavorative con 5.000 operai e tecnici, 250 carri, 50 autocarri, due piccole ferrovie decauville di 5 km con due locomotori speciali e 250 vagoni. Per quei tempi, un investimento economico e uno schieramento di forze mai visto: l’autodromo viene completato e reso agibile il 28 luglio 1922 quando Pietro Bordino e Felice Nazzaro su una Fiat 570 scendono per la prima volta sulla nuova pista facendo il bis con altri corridori, per un test “da parata”, il 20 agosto 1922 insieme ad alcuni centauri fra cui Tazio Nuvolari portato in trionfo dalla folla esultante. È l’inizio della nuova grande avventura.

la leggenda di monza

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L’autodromo di Monza, con le sue corse, i suoi bolidi, i suoi campioni, diventa subito la bandiera del motorismo Made in Italy, uno dei principali centri mondiali del Motorsport, una spinta per la nascente industria automobilistica e motociclistica, nata in Francia ma con l’Italia subito principale sfidante europea. Nei primi anni del Novecento si iniziano a disputare in Europa e in America le gare su tracciati da ripetersi più volte, tra questi la Targa Florio voluta nel 1906 dal ricco pilota e pioniere appassionato di motori Vincenzo Florio, già promoter della Coppa Florio a Brescia nel 1900. Un anno prima dell’apertura dell’autodromo di Monza, c’era stata la competizione motociclistica Circuito del Lario (emulazione del Tourist Trophy inglese dell’Isola di Man) disputatasi con successo per quindici edizioni fra il 1921 e il 1939. L’apertura ufficiale del nuovo mega impianto brianzolo posto all’interno dello splendido Parco Reale avviene il 3 settembre 1922 sotto una pioggia battente, con il taglio del nastro fatto dal presidente del Consiglio, Luigi Facta, che dà il via alla gara per vetturette vinta da Pietro Bordino su una Fiat 501 modello corsa. La settimana successiva, il 10 settembre, davanti a 200.000 spettatori provenienti da tutta Europa (c’erano anche 2.500 operai Fiat giunti a Monza con un treno speciale aziendale) lo stesso Bordino, stavolta su Fiat 804 6 cilindri, domina il secondo Gran Premio automobilistico d’Italia (80 giri in 5h43’13” media 139,855 km/h) davanti al compagno di marca Felice Nazzaro e a Pierre De Vizcaya su Bugatti T30. Bordino incassò 100.000 lire (circa 100.000 euro odierni) ma non portò a casa il premio più ambito: una preziosa riproduzione della “corona ferrea”, conservata nel duomo cittadino, che aveva cinto il capo persino di Carlo Magno, Carlo V e Napoleone. Con quell’omaggio simbolico si voleva indicare Monza quale tempio della velocità che, però, non si realizzò per l’intervento del Governo. Si dice che lo stesso premier temeva che tale incoronazione potesse rappresentare un vilipendio alla monarchia e quindi la proibì con un telegramma poco prima della cerimonia. Comunque, una giornata trionfale per il “tricolore”, anticipata l’8 settembre dal primo Gran Premio motociclistico delle Nazioni (valido per il Campionato Europeo, l’attuale Motomondiale) dominato dai piloti italiani: nella 350 Ernesto Gnesa su Garelli “3HP” la “2 cilindri senza valvole”, nella 750 Armando Fieschi su Douglas e nella classe 1000 Amedeo Ruggeri su Harley Davidson, il bicilindrico V-twin che l’anno precedente era passato alla storia per aver superato i 160 km/h (100 mph). Per comprendere anche il valore tecnico di quel primo GP Nazioni monzese basti pensare che i tre vincitori di categoria coprirono i 400 Km delle rispettive gare (bagnate) a una media oraria superiore ai 100 Km.

autodromo… palestra

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Grazie anche alla spinta di Monza, piloti italiani e moto italiane diventano sempre più protagonisti sui circuiti e nei mercati. Nascono come funghi corse di ogni tipo in ogni dove e il motociclismo diventa sport di massa. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il motociclismo e l’automobilismo diventano “iridati”. Dalla prima gara mondiale del 1949 la Ferrari ha trionfato 21 volte mandando in estasi la “marea rossa”, sempre presente. Anche le grandi case italiane di motociclismo hanno firmato a Monza pagine di gloria. Al suo battesimo iridato del 1949, la pista di Monza consacrava subito i piloti italiani su bolidi italiani: Pagani (125 su Mondial e 500 su Gilera), Ambrosini (250 su Benelli), Frigerio (sidecar su Gilera). Monza, tutti nel mondo sanno cos’è e cosa rappresenta da 100 anni per il motorsport. Anche Monza ha avuto i suoi limiti, specie rispetto alla sicurezza con tragedie che hanno segnato i tanti momenti bui. Fasi critiche superate non senza difficoltà, sempre rinnovandosi, per stare al passo con l’evoluzione dei regolamenti, delle tecnologie dei bolidi e della società, regolando comunque grandi emozioni e scrivendo così la grande storia del Motorsport quasi ininterrottamente, per un secolo.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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