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A 5 anni dalla scomparsa del celebre telecronista rievochiamo l’era delle gare, di F1 e moto, da lui narrate. Erano corse lontane dallo show business attuale, con meno mezzi, ma più semplicità e umanità: tempi di commenti pacati e sobri, rispettosi di piloti e telespettatori, lontani dalle odierne cronache urlate

Massimo Falcioni

Circa cinque anni fa, il 18 gennaio 2017, moriva a 88 anni Mario Poltronieri, il telecronista che a fine Anni ’60 con le prime dirette televisive Rai di alcune gare della Mototemporada “tricolore” e del GP di Monza aveva fatto scoprire il motociclismo al grande pubblico. Grazie a quelle trasmissioni, anche la “famosa” casalinga di Voghera, davanti allo schermo da 16 pollici della sua tv in bianco e nero, si avvicinava alle corse di moto, con Giacomo Agostini assurto sin da metà degli Anni ’60, a corridore-star, simbolo del motociclismo dei “Giorni del coraggio”. Diverso da oggi, quel motociclismo rombante non ancora show-business era più vicino alla gente che poteva quasi toccare con mano i propri beniamini in pista; diverse le modalità tecniche di riprese con una o due sole telecamere sui circuiti nonché la fruibilità gratuita del servizio (Rai); diverso anche il telecronista, da solo, più sobrio nella tonalità della voce, più distaccato dalle vicende dei singoli corridori in pista e fuori; più tecnico nel commento.

telecronache di altri tempi

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Poltronieri può essere considerato, non solo nel motociclismo e nel Motorsport in generale, il simbolo del giornalista-commentatore che non c’è più, quasi “estraneo” a quel che succedeva in pista nel senso che per Mario tutti i corridori avevano la stessa dignità, cosa che non voleva significare che erano tutti dello stesso livello. Il commento a bassa voce non significava disinteresse, appiattire i valori dei piloti, non prender parte alla battaglia in pista: era esempio di autonomia dello speaker, sempre fuori dalla mischia dei tifosi, ma attento al dato tecnico, con il cronometro in mano e la tabella dei tempi sott’occhio. Anche in questo caso, come su tutto, le trasmissioni tv con le loro tecniche e i loro mezzi – telecronisti compresi – erano figli del loro tempo, riflettendo un modo di raccontare la corsa ovviamente diverso da oggi, dove tutto è più attrezzato, complesso e corre più veloce e dove è l’audience il metro di misura di tutto, almeno così pare. Poltronieri aveva alla base della sua telecronaca il rispetto del telespettatore come se fosse lui che ascoltava e non viceversa. Così il telecronista offriva a chi lo seguiva in tv gli elementi per valutare autonomamente, senza pressioni da parte di chi ha la responsabilità, oltre il privilegio, di disporre del microfono in diretta.

sobrio, mai schierato

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L’elemento centrale del telecronista diventava il ragionamento, addirittura più pacato nei toni quando la tensione cresceva e la corsa s’arroventava in pista. L’apparente distacco del telecronista non significava “assenza” dall’evento, ma capacità nel responsabilizzare il telespettatore passandogli anche con i toni diversi il senso della corsa, senza distorsioni partigiane e forzature legate alla logica del tifo. Ciò non significava non esprimere giudizi sulla corsa e sui singoli piloti, anche perché Mario era tutt’altro che uno sprovveduto, avendo corso egli stesso in moto nella gare minori e anche in auto conquistando a Monza primati di velocità con la 600, la 750 e la Abarth 1000, il mitico “siluro” e già nel 1961 conduceva in Rai il programma “Ruote e strade”, utile anche quale insegnamento per la guida di automobilisti e motociclisti. Pochi anni dopo, con la tifoseria divisa fra i due nuovi astri del motociclismo Agostini e Pasolini, Poltronieri entra in punta di piedi nella bagarre non temendo però di dire chiaramente la sua: “Mino e Renzo sono due straordinari campioni che tengono alto il tricolore e alimentano la passione per il motociclismo: il pilota della MV Agusta è più tecnico, quello della Benelli è più irruento. Due scuole diverse a confronto. Anche perché le loro moto sono diverse. Lasciamo parlare i risultati”.

Quei drammi vissuti in diretta

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Sarà proprio nella trasmissione Rai in diretta del 20 maggio 1973 quando a Monza scende la cappa della tragedia e una grande festa si trasforma in una terribile catastrofe che Poltronieri affronta la sua prova più difficile. Pochi minuti prima della partenza della gara iridata delle 250, Mario era sceso dalla sua postazione in cima alla tribuna centrale per salutare con un sorriso tutti i corridori sullo schieramento e dare una pacca sulle spalle proprio a Pasolini e a Saarinen che di lì a pochi minuti saranno coinvolti nella spaventosa caduta alla Curva Grande. Per la diretta, la Rai disponeva di una sola telecamera posta sul traguardo. Poltronieri, chiuso nella postazione in tribuna, dopo lo start non poteva dare nessuna informazione su quanto stava accadendo al curvone, limitandosi a prendere atto della corsa sospesa e a raccontare della nuvola di fumo che si era alzata nel luogo dell’incidente. Nessuno, neppure gli organizzatori e la polizia, informava i giornalisti su quel che stava accadendo. Privo di notizie certe, Poltronieri proseguiva la sua telecronaca con un tono di voce apparentemente “normale” come rispetto per la tragedia appena consumata, interpretando così la tensione straordinaria e il senso di angoscia generale, ma rimarcando i rischi del circuito monzese dovuti alle sue caratteristiche tecniche e ai limiti della sicurezza (mancanza di spazi di fuga e guard-rail) che all’epoca contraddistinguevano tutte le piste. Per Mario, come telecronista e come appassionato di corse, quella è stata la prova più dura, che poi si ripeterà sempre a Monza il 10 settembre 1978, con l’incidente mortale in F1 di Ronnie Peterson in cui tornò sotto accusa l’autodromo. In questo caso per un errore della direzione di gara che aveva dato il via troppo presto, con alcune vetture non ancora allineate, provocando un imbottigliamento alla prima curva e la carambola generale che costò la vita al 34enne campione svedese. Stavolta la situazione tecnica della telecronaca Rai è assai diversa di quella del 1973 e Poltronieri, con lo stesso stile, racconta i fatti, non tralasciando la sua analisi critica, senza però gettare altra benzina sul fuoco.

lo stile poltronieri

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Poltronieri crea un modo nuovo di raccontare il Motorsport, rispetto a quello già in uso nel pallone, privilegiando l’analisi distaccata rispetto al coinvolgimento emotivo: non alza la sua voce perché lascia che sia l’urlo dei motori a emergere, porta il telespettatore a seguirlo per la qualità della sua telecronaca non gridata, della sua voce pacata e la sua ironia sottile che lasciava però il segno, anche dopo, nel profondo, stimolando la riflessione di tutti. C’era, insomma, il tocco gentile della competenza elegante di chi non aveva l’assillo di piacere a tutti, di cercare ovunque e comunque i record d’ascolto.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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