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La pratica dell’off-road sarà ancora permessa? Quali rischi concreti ci sono? Ecco il comunicato del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali e il punto di vista del Cer Lombardia

Matteo Solinghi @TeoSic58

La confusione che si è scatenata nell’ambiente dell’off-road, dopo la notizia di un possibile divieto di fuoristrada in tutt’Italia, è legittima e comprensibile. Sono tanti i temi in ballo, così come sono molteplici i dubbi che vengono in mente a leggere il decreto in Gazzetta Ufficiale dal 1° dicembre. Alcuni passaggi lasciano perplessi, come se il decreto stesso fosse stato scritto senza tener conto di alcuni settori, come appunto “l’industria delle due ruote, che in Italia genera un valore complessivo di oltre 7 miliardi di euro”, come sottolineato dal comunicato congiunto tra Ancma e Fmi. E senza tener conto della libertà di circolazione e dell’esistenza stessa di alcune discipline, riconosciute da enti e organi ufficiali. La dichiarazione del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali (che delega la responsabilità alle singole regioni dopo aver però definito dei criteri minimi) in seguito alla presa di posizione di Ancma e Fmi, poi, non è così chiara ed esaustiva come si pensi. Semmai solleva ancor più domande su una situazione già di per sé intricata. Davide Rota, presidente del Coordinamento Escursionisti su Ruote (Cer) Lombardia, che ha segnalato le incongruenze della norma.

180 giorni

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“Mi preme fare una premessa – spiega Rota – La legge n° 34 del 2018 è quella che va ad abrogare gli articoli 1 e 2 del Codice della strada. Questo decreto ministeriale va a rispolverare la suddetta legge e ha la precedenza su leggi regionali. Il decreto ministeriale, essendo un atto amministrativo, non deve essere approvato da nessuno e non deve essere votato, ma lo scrive di proprio pugno il ministero nell’ambito specifico delle sue responsabilità”. Dunque, dal decreto si evince che viabilità forestale e silvo-pastorale non saranno più soggette al Codice della strada: “E qui diventa un problema anche dal punto di vista assicurativo – prosegue Rota – perché le assicurazioni, qualora si verificasse un incidente, non si prendono la responsabilità di rispondere su un tratto non regolamentato da Codice della strada. Come Cer abbiamo chiesto un’audizione in Parlamento per andare a presentare queste problematiche, perché la viabilità forestale e silvo-pastorale non può essere regolamentata da varie leggi regionali che permettono l’accesso esclusivamente a mezzi autorizzati e citati nella tabella del decreto del 1° dicembre e con deroga rilasciata dall’ente proprietario di quella strada a seguito di presentazione di domanda per validi motivi, come possono appunto essere quelli della manutenzione e del ripristino di tale strada”. E dunque decade la possibilità di praticare attività ludico-sportive (gare e manifestazioni sono salve dal momento che non si tratta di transito ordinario). Il punto è che con questo decreto ministeriale viene vietato ai mezzi motorizzati il transito ordinario in fuoristrada, mentre prima le leggi regionali erano in netto contrasto con il Codice della strada, che essendo nazionale e dunque di rango superiore permetteva eventualmente di presentare ricorso. Fine dei giochi? Non ancora: “Finché questo decreto ministeriale non verrà recepito dalle regioni (e le regioni hanno 180 giorni di tempo a partire dal 16 dicembre 2021, ovvero entro il 14 giugno 2022, ndr) tutto rimane come prima all’atto pratico. Ma scaduti gli eventuali 180 giorni entrerebbe in gioco a tutti gli effetti il decreto. Ora siamo in un momento di convivenza di queste due norme, però il procedimento è stato avviato”. E quindi come se ne viene fuori? “O con un’eventuale audizione in commissione parlamentare chiedendo di ritirare questo decreto ministeriale – risponde Rota – o più semplicemente servirebbe una modifica del Codice della strada, che avvenendo in un secondo momento rispetto al decreto andrebbe a invalidare sia il decreto stesso che la legge 34 del 2018 reinserendo la viabilità forestale all’interno della giurisdizione del Codice della strada. Come Cer nazionali chiediamo che venga fatta una regolamentazione, che possa garantire la fruizione delle varie discipline a contatto con la natura nel rispetto di leggi logiche”.

Cosa dice il MiPaaf

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Nel frattempo il ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali ha diramato un comunicato stampa nel quale sottolinea come il decreto “contenga esclusivamente le linee guida per le regioni allo scopo di uniformare a livello nazionale le norme riferite alle modalità di costruzione della viabilità forestale, che già esistono nelle singole legislazioni regionali, e dare dunque uniformità alla eterogenea nomenclatura adottata. È opportuno rammentare – prosegue il comunicato – che la competenza primaria in materia è delle regioni, ed ogni regione e provincia autonoma ha già una sua legge regionale che disciplina gli aspetti strettamente tecnici e la fruibilità di tali viabilità”. La nota prosegue così: “Nulla si innova in merito al transito autorizzato sulla predetta viabilità, fermo restando che, come espressamente previsto all’articolo 2, comma 3 del decreto, le strade e le piste forestali non sottostanno ai criteri di sicurezza previsti per la viabilità ordinaria, poiché si tratta di viabilità esclusa dal Codice della strada”.

Le compenteze regionali secondo il MiPaaf

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“Si fa inoltre presente – prosegue il comunicato stampa del Mipaaf– che in capo alla Regioni è incardinata anche la competenza in materia di prevenzione del dissesto idrogeologico e del rispetto di quanto previsto dal vincolo idrogeologico; pertanto, spetta alle regioni la competenza a valutare gli effetti della fruizione pedonale, cicloturistica o con mezzi motorizzati diversi da quelli forestali sui tracciati, i cui effetti su fondi non asfaltati hanno impatti ben diversi tra loro; essi dovranno essere valutati con la massima attenzione alle singole realtà territoriali. Da ultimo, si ribadisce che tutte le regioni all’unanimità hanno approvato il decreto e le linee guida, ben consapevoli delle proprie competenze e delle conseguenze gestionali”. Insomma, un passaggio di consegne alle regioni stesse, che dovranno valutare caso per caso il da farsi secondo il principio della sussidiarietà. Dove, come e quanto intervenire, ma senza sottostare ai criteri minimi predisposti dal decreto stesso. Dunque, qualora tutto fosse confermato tra meno di 180 giorni, le regioni potranno operare e si potranno creare situazioni diverse di regione in regione, inasprendo o meno il decreto. Non è un segreto infatti che alcune regioni stiano pensando da tempo di limitare attività – specie quelle che coinvolgono mezzi a motore a combustione – in nome della sostenibilità per preservare il territorio.

Il paradosso

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Certo è che si tratta di un paradosso fatto e finito, nel Paese e nell’anno dove l’Italia stessa ha dominato la Sei Giorni di Enduro conquistando la vittoria sia nel Trofeo che nel Vaso. E dove, tra l’altro, i sentieri non solo sono stati ripristinati in modo ottimale una volta terminata la competizione di caratura internazionale che ha portato risalto e fatto girare l’economia come non mai a ben due valli (Valle Staffora e Val Curone), ma sono altresì stati riaperti diversi sentieri da tempo ormai abbandonati a loro stessi e inghiottiti dalla vegetazione. Ecco, nello stesso Paese e nello stesso anno si parla di un possibile divieto al transito ordinario.

Gli scenari

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Una totale esclusione di moto, quad, 4×4 e Mtb dai sentieri aprirebbe una serie di problemi. Fermo restando che questa norma, come sottolineato a gran voce dal comunicato Ancma e Fmi è “miope, e che può creare potenzialmente un grave danno economico al mercato, all’intera filiera, alle attività ludiche e sportive e a quelle legate all’accoglienza”, qual è la direzione nella quale si sta andando? Se da un lato c’è la tutela delle aree protette e comunque il rispetto dell’ambiente, dall’altro va tenuto conto di una serie considerevole di aspetti, come appunto quelli economici, ludici e sportivi. Tutto ruota attorno alle interlocuzioni che ci saranno tra Ancma, Fmi e governo. Se malauguratamente tutto dovesse esser confermato nelle peggior ipotesi, dove andrà l’off-road? Dovrà reinventarsi? Non può non tornare in mente la visione di un campione dell’enduro, che in un’intervista sul nostro giornale accennava a “creare ulteriori strutture dove poter praticare la propria disciplina”, con linee di bosco e fettucciati adibiti appositamente. Una sorta di Enduro Park per le varie discipline, circuiti chiusi insomma. Questo, tuttavia, non risolverebbe affatto il macro problema, perché un conto è avere aree adatte a piloti professionisti che devono allenarsi, un altro è passare una giornata in compagnia, a contatto e nel rispetto della natura, facendo ciò che si ama.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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