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A un webinar dell’Ordine degli Avvocati di Milano, Melandri parla della carriera: “Senza aiuti degli amici non avrei corso, aspettando Gresini non scelsi la Ktm”. Il manager Vergani: “Sponsorizzazioni fondamentali in F1 e MotoGP, ecco perché”

Lorenzo Pastuglia @lpastuglia_

“La MotoGP? Sono stato fortunato, ho realizzato il sogno di una vita. Ma anche gli sponsor e gli amici sono stati fondamentali. Vivevo nelle case popolari da piccolo, ed è grazie anche agli aiuti economici di chi mi è stato vicino che ho potuto gareggiare”. Marco Melandri, 39 anni, parla con la schiettezza di sempre, ripercorrendo la sua carriera nel webinar Aspetti giuslavoristici nel settore sportivo motoristico organizzato dalla Fondazione Forense dell’Ordine degli Avvocati di Milano. Dalla vittoria nel 1997 nella classe 125 del Campionato italiano, al salto nel Motomondiale un anno dopo: “Sfiorai subito il titolo, ma caddi in Germania all’ultimo giro — ricorda — Mi sentivo il padrone del mondo, poi nel 1999 persi di un punto contro Emilio Alzamora”.

Quella firma complicata con Fausto Gresini

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Quindi quel paragone con la moto: “Sono un po’ come la vita, sanno darti emozioni anche nei momenti più complicati”, dice Melandri, che nel 2003 concretizzò il salto in MotoGP dopo la vittoria in classe 250 l’anno prima. “Allora la Yamaha non era come oggi, era difficilissima da guidare senza elettronica, bisognava padroneggiarla se non ci si voleva fare male — aggiunge il ravennate — Ma nel 2004 arrivò Valentino e alla fine della mia prima stagione venni accomodato nel team satellite, il Tech 3”. Meglio cambiare per Marco, insomma. Così nel 2005 arrivò il passaggio alla Honda, nonostante le difficoltà prima della firma con Fausto Gresini: “All’epoca rifiutai la Ktm per aspettarlo, e avevo un manager complicato (Loris Reggiani, ndr) — racconta Melandri — Tanto che Fausto mi disse: ‘Se devo parlare con lui, non se ne fa nulla’. Alla fine trattai direttamente io con lui”.

Il passaggio da Honda alla Ducati

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Un accordo di due anni più uno: “In Honda partì come ultimo pilota dei quattro, ma quell’anno chiusi secondo nel Mondiale — racconta Melandri — Nel 2006 sarei poi dovuto saltare nel team ufficiale ma non avevo il passaporto adatto per il team spagnolo, così venne promosso Daniel Pedrosa (che vinse il campionato della 250 nel 2005, ndr)”. Capendo fosse il caso di cambiare aria, “a metà 2006 mi sedetti al tavolo con la Ducati e Livio Suppo mi fece un’offerta — aggiunge l’ex pilota — Ma Gresini, a sorpresa, la pareggiò e mi trattenne. Con Borgo Panigale decidemmo di fare una pazzia, firmare un contratto per il 2008 due anni prima”. Anche se allora non andò bene, dato che il ravennate chiuse al 17° posto in classifica. Poi la Superbike, il ritiro e la nuova vita da commentatore tecnico: “Ancora oggi sento tutti quelli del mio garage, le difficoltà le ho avute solo con alcuni vertici — conclude — I miei uomini sono stati fondamentali con me, hanno saputo ridarmi fiducia quando non avevo feeling con la moto. La nuova vita a Dazn? Racconto quello che succede, e mi piace. Entro nel casco del pilota e sento cosa riesce a provare”.

Vergani: “Quelle partnership di successo”

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Oltre all’ex pilota di MotoGP, è intervenuto nell’incontro anche Alberto Vergani, 61enne manager di Danilo Petrucci, che ha parlato del rapporto tra gli sponsor e i team nel mondo dei motori: “La sponsorizzazione è oramai imprescindibile — esordisce l’agente — La soluzione ottimale per comunicare un brand in tutto il mondo con un rapporto costo-benefici impareggiabile”. Gli esempi vanno agli Anni 70 e 90 nel Mondiale, quando la Brabham si legò a Parmalat e, in seguito, la rossa cambiò denominazione in Scuderia Ferrari Marlboro. Rivoluzionario, poi, fu il passaggio di Omnitel a Vodafone, dove “per strategia si unificarono i due brand nel secondo, con operazione di comunicazione colossale sulla Ferrari di Schumacher — ricorda Vergani — Un binomio e un’operazione di re-branding di successo, che coincise con risultati clamorosi come i cinque Mondiali del tedesco e diffuse il marchio in tutti i Paesi”.

L’esempio di Stroll e Aston Martin

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Il re-branding non è “un semplice ‘cartellone pubblicitario’ senza emozioni, ma porta un grande impatto emotivo — ha spiegato ancora Vergani — La sponsorizzazione che un’azienda fa su marchi come Ducati, McLaren, Honda o Ferrari crea legami unici col consumatore, ecco perché le sponsorizzazioni sono utilizzate sia in F1 che in MotoGP, perché rilanciano l’azienda stessa”. L’esempio va poi su Lawrence Stroll (l’imprenditore canadese papà di Lance), che — dopo aver investito in marchi come Ralph Lauren, Tommy Hilfiger o Michael Kors — è diventato l’anno scorso presidente di Aston Martin, nominando con lo stesso nome la scuderia, che fino al dicembre 2020 si chiamava Racing Point: “I dati del terzi trimestre dimostrano un impatto del marchio inglese su milioni di persone — aggiunge il manager — Questo perché Lawrence ha sponsorizzato una casa che vende auto di serie, e dunque acquistabili, sulle vetture di Formula 1. E se lo fai in uno sport che è nei tre principali in Europa insieme a MotoGP e calcio, cresciuto ancora di più grazie ai canali digitali, allora ci guadagni”.

La fatica di un pilota italiano in F1

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Vergani ha poi provato a spiegare perché nel mondo dei motori, in particolare in F1, contino oggi soprattutto i soldi. Gli esempi più chiari ce li danno Stroll, Mazepin, Guanyu Zhou (che ha preso il posto di Giovinazzi), “ma anche Mick Schumacher e Sergio Pérez, quest’ultimo sponsorizzato in precedenza dall’imprenditore messicano Carlos Slim — elenca — Oggi è difficile fare delle scelte senza budget, un tempo invece la F.1 non era così costosa. Nel 1992 i piloti italiani in griglia erano 14, perché prima le aziende del Belpaese sponsorizzavano. Ora siamo in difficoltà, e il milione offerto da investitori stranieri che arrivano all’improvviso da Russia, Cina o India, vale per lui come i nostri 100 euro. La differenza economica è grandissima”. E ancora: “In F.1 non ci sono però solo piloti raccomandati — conclude — Quelli di talento li noti subito, tipo Norris o Russell. Di solito funziona così: se un team ha un pilota forte ma poco budget, mette l’altro che porta sponsor. Se non hai troppi fondi, allora ne metti due paganti”.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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