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Ex pilota di Motomondiale e Superbike, Juan ha lanciato Fabio alla conquista del CEV nel 2013. Oggi racconta: “Era troppo nervoso, dovevamo calmarlo. MotoGP più divertente, Sbk e serie minori da rivedere”

Federico Mariani

Da talento inespresso a campione del mondo MotoGP . Nel 2021 Fabio Quartararo ha finalmente completato una maturazione attesa da anni. Tuttavia c’era chi non ha mai avuto dubbi sul potenziale del francese. Tra questi c’è sicuramente Juan Borja, il manager che lo ha scoperto e lanciato nel campionato spagnolo, vinto dal francese nel 2013 all’esordio nella categoria. Lo spagnolo, ex pilota nel Motomondiale e in Sbk e ora team principal di una formazione motorizzata Yamaha nel CEV, racconta i suoi ricordi del nuovo re.

Borja, che effetto le ha fatto vedere Quartararo campione del mondo?

“Lo conosco dal 2013, quando era nel mio team. Vedergli vincere il titolo in MotoGP mi ha reso felicissimo. Sapevamo che un giorno, quando tutto sarebbe andato per il verso giusto, avrebbe potuto vincere un Mondiale di MotoGP. Era difficile, ma non avevamo dubbi che fosse un pilota straordinario”.

Quando ha corso per il suo team nel campionato spagnolo, era già evidente il suo talento o aveva qualche limite?

“Fabio era un diamante grezzo. Dovevamo solamente ripulirlo. Uno dei suoi problemi, che in questi anni non si è visto, è la tendenza a innervosirsi quando le cose non vanno bene. Nel 2021, invece, è stato tutto perfetto. Quando serviva una vittoria, ha vinto. Ha fatto lo stesso quando serviva un terzo o un settimo posto. Ha disputato un campionato perfetto”.

Avete lavorato su questo problema emotivo di Fabio?

“Non era facile. Il nostro team era di alto livello. Con noi ha conosciuto il suo attuale capotecnico e telemetrista Pablo Guillem, che insieme a me cercava spesso di tranquillizzarlo. La nostra moto non era la migliore, ma sapevamo che Quartararo aveva un potenziale enorme ed era in grado di vincere. All’inizio il nostro motore non era all’altezza, ma, dopo le prove del Mondiale, Honda ha fornito un buon propulsore a Fabio, che ha vinto a Valencia e a Jerez”.

C’è qualche aneddoto particolare che le piace ricordare di Quartararo?

“Fabio era piuttosto serio. Il suo obiettivo era sempre e solo la vittoria e, quando non ci riusciva, era deluso. È comunque un bravo ragazzo, viene da una famiglia simile alla mia per certi aspetti. Ha lavorato molto per arrivare a questi livelli. Sono felice per la sua crescita”.

Ha mai avuto il timore che potesse anche lasciare le gare quando i risultati non arrivavano?

“Non basta il talento, serve anche un po’ di fortuna. Nel suo caso, un paio di stagioni sono state particolarmente difficili. Nel team di Alzamora e con Leopard Honda ha avuto un momento di flessione nel rendimento. Quando è passato nella squadra di Sito Pons, andava bene a tratti. Poi ha avuto l’opportunità di passare in MotoGP e si è visto il suo potenziale”.

Nota qualche differenza tra la “sua” 500 e la MotoGP? E con la Superbike attuale?

“Ai miei tempi gli ufficiali avevano un determinato tipo di pneumatici. Era difficile lottare contro di loro per un team satellite. Oggi non vedo grosse differenze, i piloti di talento hanno più possibilità di vincere ed emergere. Per quanto riguarda la Superbike, invece, mi piaceva di più tempo fa perché le moto erano molto simili tra loro. Non c’era una distanza così grande con il team factory, come accade invece oggi. Questo non va bene per il campionato”.

Lei è abituato a lavorare con i giovani. Cosa ne pensa dei recenti incidenti in Supersport 300 e Moto3?

“Dal mio punto di vista, i problemi sono due: piloti troppo giovani e un numero elevato di moto in pista. Guardate la Moto3: tutti si inseguono per avere la scia e fare il miglior tempo in qualifica. Perché non si fa come in Superbike nelle scorse stagioni con il giro secco?”.

Ultima domanda: c’è qualche talento pronto a emergere in futuro?

“C’è un pilota che è passato nel mio team. È Dani Holgado. L’anno prossimo farà il Mondiale di Moto3. Andrà molto forte”.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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