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È stato il primo italiano campione del mondo in 500, titolo vinto due volte, nel 1950 e 1952. Il primo pilota a portare il motociclismo fuori dalle piste, a trasformare uno sport di nicchia in materiale per rotocalchi e cinema

Massimo Falcioni

Se Valentino Rossi si è ritirato dal Motomondiale alla fine di una parabola lunga oltre un quarto di secolo di storie, di trionfi, di rivoluzione nel modo di pensare e gestire le corse, è giusto ricordare Umberto Masetti, il primo italiano campione del Mondo della top class (all’epoca la 500) nel 1950 (bis nel 1952), il primo “corridore-divo” del motociclismo, il primo a tentare di far fare al motociclismo il balzo da sport fratello minore dell’automobilismo a sport di vertice, show business.

masetti pioniere

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Dalla fine degli anni ’40, per quasi un decennio, Umberto Masetti, corridore “genio e sregolatezza”, è stato il primo a portare il motociclismo e, in particolare, la vita privata di alcuni suoi protagonisti, sulle prime pagine dei grandi giornali, nelle copertine dei fotoromanzi, in trasmissioni radiofoniche, nei cinegiornali. In precedenza, ancor più eclatante, c’era stata la vicenda sportiva e umana di Tazio Nuvolari, però incentrata più sull’automobilismo. Per la prima volta, in particolare grazie alle vicende personali di Masetti, al suo modo di correre e ai risultati ottenuti sulle piste di mezzo mondo, il “corridore” usciva dal giro ristretto delle officine e delle corse cittadine ed entrava nelle famiglie degli italiani diventando personaggio pubblico. È Umberto Masetti, sin da bambino in mezzo alle moto nell’officina concessionaria Gilera del padre Nello, che dopo il debutto nel 1946, la prima vittoria in una gara di seconda categoria nel 1947, l’esordio a 23 anni (all’epoca un record!) nel Mondiale del 1949 e l’anno seguente il suo primo titolo iridato nella classe 500, porta nelle corse una ventata d’aria nuova.

masetti primo “diablo”

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Non era solo una questione di “immagine” perché Masetti aveva talento e gran manico, l’unico italiano capace di tener testa al fenomeno dell’epoca, l’inglese Geoffrey Duke, cosa che poi riuscirà all’altro grande italiano Libero Liberati, iridato 500 nel 1957. Pensare che da ragazzino Umberto era chiamato “Scarciole”, in dialetto parmense significava scricchiolio, perché gli amici dicevano che quando camminava si sentivano le ossa scricchiolare che parlavano per lui, sempre taciturno. Poi, cresciuto, di statura media, magro come un chiodo e con il viso dai tratti affilati, era diventato giovane brillante, elegante, intraprendente e corteggiatore impenitente di belle donne, audace e fortunato, talvolta millantatore. Da corridore veniva chiamato “Diablo” (sì, come oggi in neo iridato MotoGP Fabio Quartararo…), perché tutto pelle e ossa e la tuta da corsa di pelle nera come la pece. E da iridato, Umberto, veniva chiamato il “Duca di Parma”, proprio in contrasto a Geoff Duke, il suo più acerrimo avversario, noto come il “Duca di ferro”.

chi era masetti

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Nato a Parma il 4 maggio 1926, Umberto Masetti faceva parlare di sé per le sue imprese agonistiche, per come domava, lui con i suoi 55 kg alla bilancia, un bestione di 500 cc da 200 kg e oltre 50 Cv e 250 km/h, per come sapeva tessere e coltivare le sue amicizie con il bel mondo, con i big dello sport, in particolare con Fausto Coppi e Gino Bartali, soprattutto per le sue straordinarie avventure amorose, con donne famose, in primis per la storia con Moira Orfei, simbolo del Circo e star del cinema, la “più regina” fra le regine. A differenza degli altri piloti, fin troppo umili e impacciati di fronte alla penna di un giornalista, al microfono radiofonico, alle prime grosse telecamere cinematografiche e poi televisive, il “Bell’Umberto” era sempre disponibile, facendo capannello, raccontando nel paddock vicende di pista e di… cuore con particolari piccanti, divertendo e divertendosi, punzecchiando avversari ed ex amanti, dandosi in pasto alla gente, che lo adorava. Anche perché, poi, in pista — sempre in sella a bolidi ufficiali — dava gas e portava a casa grandi risultati, a cominciare dai due titoli mondiali 500 del 1950 e 1952 con 23 podi e sei vittorie su 31 gare iridate disputate, per non parlare dei risultati (vince 4 titoli italiani e anche una cinquantina di corse in Sudamerica dove si era trasferito dal 1962 per un decennio) fino al 1963 in altre cilindrate e campionati su MV Agusta, Benelli, Morini.

il calo di masetti

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A fine anni ’50 la carriera si inceppa: una altalena con pochi acuti e molte stecche, cadute anche sopra i 200 km/h e ospedali. Per il “Bell’Umberto”, gran manico, mattatore e divo ante litteram, che lascia la famiglia all’inseguimento di donne impossibili e di trionfi sempre annunciati e mai più centrati, i ricordi diventano l’unica certezza. Un mito: sigaretta sempre in bocca e pettinino nel taschino per lisciare la chioma prima di infilarsi il casco e più avanti negli anni un cappello da prete. Applaudito anche tre lustri dopo, nel suo ritorno un po’ patetico in una 200 Miglia di Imola degli anni ’70. Girava nelle retrovie, quasi spaesato: il lunedì doveva lasciare la compagnia del rischio e tornare al suo distributore di benzina a Modena nord dove si guadagnava la vita, comune mortale. Ma era sempre “Scarciole”, talento non coltivato, sognatore per far sognare gli altri. E Duke o John Surtees, con perfetto aplomb inglese, si toglievano il cappello davanti al primo italiano sul tetto del mondo della classe regina del motociclismo dei giorni del coraggio. Quando se n’è andato nella notte del 29 maggio 2006 nella sua stanza a Maranello aveva con sé il suo vecchio casco con dipinto davanti Topolino, Mickey Mouse. A chi, negli anni d’oro, gli chiedeva del perché quella mitica figura sul suo casco, Umberto rispondeva: “Nel 1950 Walt Disney in persona mi chiamò per festeggiare il mio titolo mondiale regalandomi una medaglia d’oro con l’immagine di Topolino”.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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