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Il bassista dei Pooh è un automobilista attento passato dai macchinoni a un’ibrida con cui ha percorso più di 400 mila km. Quando entrò nel gruppo gli fu affidato il mezzo del gruppo con cui alla stazione Centrale di Milano…

Claudio Pavanello

“La Gazzetta dello Sport era il giornale di mio papà, e questo foglio rosa l’ho sempre avuto in casa. Lui era uno sportivo, aveva fatto pugilato prima della guerra, poi ciclismo, non ci perdevamo una sola Parigi-Roubaix o Milano-Sanremo o Giro d’Italia. Insomma, la Gazzetta la ricordo fin da bambino come l’organo ufficiale di casa mia”. In Red Canzian, vero mito della musica italiana, come bassista dei Pooh, cantante e compositore (a inizio 2022 debutterà la sua attesa opera pop dedicata a Casanova), il ricordo e la gratitudine verso papà Giovanni sono sempre presenti. Di recente ha pubblicato un post in cui ricorda che proprio con l’auto prestata dal padre, una vecchia Fiat 1100, aveva raggiunto nel 1972, partendo dalla natia Treviso, Roncobilaccio.

Red, cosa eri andato a fare in provincia di Bologna?
“Il primo provino ufficiale con i Pooh, che avevano scelto un hotel di Roncobilaccio come sede per sentire tutti i bassisti che avrebbero voluto entrare nella band per sostituire Riccardo Fogli. Io sono arrivato alla fine di questa loro audizione, quando erano abbastanza demoralizzati e stanchi di ascoltare musicisti inadatti alle caratteristiche che desideravano. A volte succede che la vita decida per noi, e io, che ero quello teoricamente con meno possibilità in quanto chitarrista, alla fine sono stato scelto. Devo dunque ringraziare quella vecchia 1100 per avermi fatto valicare gli appennini e arrivare all’appuntamento”.

Quale è stata la tua vera prima automobile?
“Appena ho compiuto 18 anni, mio papà mi ha preso per 15.000 Lire una Fiat 500 usata, ancora con le portiere che si aprivano controvento. Una macchina buffissima perché nata di colore azzurro chiaro, ma, siccome era arrivata a casa piena di graffi e di botte, mio papà per renderla un po’ più bellina l’ha ritoccata con una tonalità leggermente diversa, così che alla fine sembrava un giaguaro azzurro, pieno di macchie. Però era molto comoda, perché mi evitava di alzarmi alle sei e mezza ogni mattina per prendere l’autobus verso scuola”.

La tua prima auto come musicista affermato quale è stata?
“La meravigliosa DS Pallas della Citroen, il famoso “squalo” con il musone lungo. Non capisco perché la Citroen e altre case non ripropongano aggiornate quelle forme, quei modelli, che erano eccezionali, dei favolosi salotti”.

Il tuo primo impianto in macchina immaginiamo fosse un mitico Super 8 di quei tempi. Fu così?
“Non ho mai avuto un Super 8, ma credo che pochi italiani l’abbiano avuto. O meglio, l’hanno avuto in tanti ma per poco tempo, perché costava molto e alla fine rendeva come le cassette normali. Devo però confessare che in viaggio non ascolto molto la musica. Alcuni miei colleghi avevano l’abitudine di andare in auto a sentire come suonava un missaggio appena realizzato, prendendo la cassetta o il cd realizzato in studio e ascoltandolo nell’abitacolo. Io non ho mai creduto a questo metodo, perché in macchina venivano installati impianti molto gonfiati sulle note basse, che non davano un senso reale del lavoro che avevi fatto. A me in automobile piace pensare e guardare il paesaggio”.

I Pooh, specie nei primi tempi, come si muovevano?
“A un certo punto ognuno di noi girava con la propria macchina perché portavamo le nostre famiglie al seguito. Però nel primo periodo, quello appunto di Roncobilaccio, avevamo una Mercedes gialla che sembrava un taxi milanese. Anzi, ripensandoci, credo che fosse proprio un Taxi dismesso, che avevano acquistato poco prima che io entrassi nel gruppo. Siccome quando mi unii a loro avevo ancora la Fiat 500, mentre loro guidavano già auto personali più importanti, me la lasciarono in gestione, ed io ero orgogliosissimo di girare per Treviso con la stella a tre punte. Il problema è stato una volta, quando sono andato in stazione a Milano a prendere una mia fidanzatina dell’epoca che arrivava in treno. Mentre aspettavo mi è salita a bordo una signora che chiese di essere portata a San Babila. Gli spiegai che non era un taxi, ma non ne fu molto convinta, perché a quei tempi auto gialla a Milano significava automaticamente taxi”.

L’automobile è stata per te anche uno strumento di seduzione, o non ne avevi bisogno?
“Non ho mai considerato la macchina uno status symbol, un qualcosa per farsi vedere, ma l’ho amata come un mezzo confortevole e sicuro. Ne ho avuto di particolari proprio in questa ottica, ricordo un Wagoneer Limited, quella con il legno sulle porte, 6000 cc di cilindrata, oppure un Grand Cherokee rosso dorato e bordeaux bellissimo: vetture che importava un commerciante di Vicenza, il quale poi, dato che era impensabile girare in Italia con quelle cilindrate a benzina, le convertiva installando motori VM diesel. Andavano più piano, erano rumorose, ma rimanevano bellissime. Si trattava di mezzi che accompagnavano le mie passioni, andare in montagna, andare a pescare, cosa che da parecchio non faccio più avendo scelto di diventare vegano”.

In assoluto, se dovessi fare una classifica, quali le tue auto più belle?
“Più bella in senso romantico sicuramente lo squalo Citroen. Parlando di tempi più recenti, ho avuto una Mercedes coupé 500, una Bmw 320 e quattro o cinque Jaguar. Di queste sceglievo sempre il modello allungato, “quello della Regina” come le chiamava il rivenditore. Devo dire che fin quando è rimasta inglese era una macchina molto bella, ma poi, dopo l’assorbimento della Tata, mi sembra avere perso l’eleganza di una volta. Ora, da 10 anni possiedo una Lexus 450 RX ibrida che è arrivata a 400 mila km senza un problema. Non la sto cambiando sia perché trovo sempre più traffico dappertutto e quando posso mi sposto con il treno, dove riesco anche a lavorare e scrivere. Ma la tengo anche perché non riesco ancora a capire in che direzione si vada con i propulsori. Dieci anni fa ho scelto l’ibrido perché volevo dare un mio contributo all’ambiente, ma oggi l’elettrico ancora non si confà a chi compie frequenti e improvvisi viaggi come me. Devo dire che credo molto nell’idrogeno, sto seguendo con interesse l’esperimento che hanno fatto a Bolzano con gli autobus e la prima stazione di servizio”.

Torniamo al passato e alla famosa immagine della Fiat 600 multipla di Chi fermerà la musica? Ci racconti qualcosa su questa scelta?
“Un ricordo indelebile, non a caso ho fatto realizzare dalla Brumm 52 modellini per festeggiare i 50 anni dei Pooh. Quella 600 multipla era un taxi vintage di Milano, che portammo a Rimini dove giravamo il video. Si trattava di una macchina divertente, che ben rappresentava l’era spensierata che volevamo rappresentare. Voglio però citare un’altra automobile che si è incrociata con la nostra carriera, nel lontano 1976. Raggiungemmo Sofia in aereo per un tour in Bulgaria e Romania, dove i nostri tecnici avevano portato per farci muovere di tappa in tappa una potente Opel Commodore completamente dorata, tanto che sembrava uscita dal film Goldfinger. Già di nostro eravamo pittoreschi con i capelli lunghi e quattro pellicce acquistate durante un concerto in Canada, ma quando ci fermavamo in questi paesi sperduti, in queste terre desolate allora sotto regimi comunisti, grazie a questo macchinone dorato ci guardavano tutti con gli occhi sgranati come fossimo degli Ufo”.

Il mondo delle competizioni ti affascina o ti lascia indifferente?
“Ho avuto l’onore di avere un amico importante come Ivano Beggio, fondatore dell’Aprilia e mio testimone di nozze. Con lui sono andato a vedere il primo Valentino Rossi, quando era ancora un ragazzino in 125. Ricordo poi una lunga telefonata con Max Biaggi quando stava per lasciare la casa di Noale: eravamo amici ed ho cercato di convincerlo a rimanere in Aprilia, ma, ovviamente, senza riuscirci. In generale, le auto da corsa mi affascinano, ma trovo più coinvolgente il motociclismo, dove vedo dei piloti che sono veri campioni assoluti”.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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