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Otto titoli piloti in venti anni di MotoGP per Yamaha, con Rossi, Lorenzo e Quartararo. Una vicenda di corse e vittorie iniziata nel 1955 con le prime 125 e poi cresciuta fino ai fasti di Read, Duff, Ago e il Dottore

Massimo Falcioni

Da quando nel Motomondiale c’è la MotoGP, dal 2002, quindi 20 edizioni, la Yamaha ha conquistato otto titoli Piloti: l’ultimo nel 2021 con Quartararo e in precedenza nel 2015, 2012, 2010 con Lorenzo e nel 2009, 2008, 2005, 2004 con Rossi. Meglio ha fatto solo Honda i cui piloti hanno vinto undici titoli MotoGP: Rossi (2002, 2003); Hayden (2006); Stoner (2011); Marquez (2013, 2014, 2016, 2017, 2018, 2019). Gli altri due titoli sono stati conquistati dalla Ducati con Stoner (2007) e dalla Suzuki con Mir (2020).

albori yamaha

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Il Mondiale MotoGP di Quartararo a Misano ha un valore particolare non solo perché vinto con due gare d’anticipo (mancano solo i GP di Portimao e Valencia) ma perché colto, si può dire, in casa Ducati, l’avversaria oggi più temibile. Al di là delle dimensioni aziendali, Yamaha e Ducati vanno inserite fra le principali nelle competizioni motociclistiche. Sia a Iwata che a Borgo Panigale hanno iniziato la loro avventura agonistica nello stesso anno, 66 anni fa: il 1955. Un inizio su piani diversi pur se ugualmente significativi. Yamaha debutta nelle corse nel luglio 1955 con una 125 due tempi monocilindrica ispirata alla tedesca Dkw RT 125 aggiudicandosi la cronoscalata del Monte Fuji. La casa dei tre diapason dimostrava così, ai primi passi sul mercato come fabbrica di moto, di credere nelle corse, un impegno costante poi negli anni successivi in tutte le cilindrate, con moto all’altezza dei tempi, con le mitiche livree prima rosso-arancione (erano così gli aerei militari) e poi bianco-rosse (aka-tombo, libellula rossa), fino all’avvento dei colori imposti, come è oggi per tutti, dagli sponsor.

albori ducati

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Ducati parte a metà degli anni Cinquanta con moto 100 e 125 monocilindriche 4 tempi particolarmente adatte alle competizioni di “gran fondo” e alle gare riservate a “juniores” e “cadetti”: con quei bolidini denominati “Marianne”, progettati e sviluppati dall’ingegner Fabio Taglioni, la casa bolognese domina le due più famose e durissime Gran Fondo quali il Giro Motociclistico d’Italia e la “Milano-Taranto”, oltre il campionato italiano juniores, per un quarto di secolo corse particolarmente seguite, fondamentali per lo sviluppo della produzione e della promozione delle moto di serie. Le successive desmodromiche Grand Prix 125 avevano di fronte avversarie durissime fra cui le Mondial e le MV Agusta bialbero oltre le tedesche orientali MZ. Particolarmente nella stagione 1958, le “piccole” rombanti monocilindriche bolognesi (20 Cv a 14.000 giri, oltre 180 km/h) potevano considerarsi le number one a livello mondiale: seconda, terza e quarta all’esordio mondiale al Tourist Trophy; seconda e quarta ad Assen; prima a Spa-Francorchamps e al GP di Svezia con Gandossi; “cappotto” a Monza con Spaggiari primo, Gandossi secondo, Villa terzo (con la inedita bicilindrica), Chadwick quarto e Taveri quinto. Solo la sfortuna – specie le cadute di Gandossi – privarono la Ducati dei Mondiali del 1958 e del 1959. Questi gli inizi agonistici della Ducati fino al 1960 (stupenda la 250 bicilindrica da 37 Cv a 13.000 giri e 220 km/h voluta espressamente da Mike Hailwood e pagata profumatamente da papà Stan…) quando poi le altalenanti vicende aziendali produssero il momentaneo e lungo abbandono dalle competizioni. Ritorno in forza agli inizi degli anni Settanta con le grosse bicilindriche 500 e 750 4 tempi culminate con il trionfo di Smart e Spaggiari alla 200 Miglia di Imola del 1972 e poi nella classe F1 con la bicilindrica 900 SS l’altro trionfo storico del 2 giugno 1978 al Tourist Trophy con Mike Hailwood, rientrato alle corse di moto dopo 11 anni di assenza, battendo la Honda di Phil Read. Ancora stop e dopo 10 anni di nuovo in pista: prima, dal 1988, nel mondiale Sbk, poi, dal 2003, nel Motomondiale MotoGP con la 4 cilindri a V Desmosedici affidate a Loris Capirossi e a Troy Bayliss. Tanti trionfi e anche tanti traguardi mancati, per lo più per sfortuna. Il resto è cronaca.

accelerazione yamaha

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Tornando a Yamaha, era stata la connazionale e rivale Honda ad aprire la strada per il gran salto agonistico iridato nel Continente europeo con il debutto al TT inglese nel 1959 con la bicilindrica 125 4 t. affidate a Taniguki, G. Suzuki, Tanaka e A. Suzuki rispettivamente settimo, settimo, ottavo, undicesimo, gara vinta da Tarquinio Provini (MV Agusta) davanti a Luigi Taveri (MZ) e a Mike Hailwood (Ducati). Così, anche la Yamaha prova poco dopo a misurarsi con i bolidi dell’industria europea esordendo con la 250 RD 48 2 cilindri 2 tempi il 21 maggio 1961 al GP di Francia di Clermont-Ferrand con il funambolico “duro” Fumio Ito e l’acerbo Tanahara Noguchi. Erano gli anni in cui le moto Grand Prix inglesi e tedesche (MZ a parte) accusavano il peso degli anni ma le case italiane, pur con il grave forfait del 1957 di Guzzi, Gilera, Mondial, erano ancora molto competitive . Tant’è che nel mondiale 1963 la Morini perde per un soffio con Provini il titolo delle 250 proprio nell’ultimo round in Giappone e la MV domina ancora nelle 500. In Italia c’erano moto e case di grande valore ma la crisi del mercato per l’invasione dell’auto e la mancanza di una strategia (industriale e politica) per la ripresa indebolirono la capacità di far fronte alla marea gialla.

le vittorie yamaha

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Così dopo i grandi successi della Honda, nel 1964 giunge anche l’exploit trionfale della Yamaha, con il suo primo titolo iridato della 250 del fuoriclasse inglese Phil Read affiancato dal tenace canadese Mike Duff, con la mitica filante 250 RD56, semplice quanto efficace, con un sibilante e fumoso bicilindrico 2T raffreddato ad aria. La crisi dell’industria italiana ed europea tocca il culmine proprio nel 1964, la stagione del primo titolo mondiale della Yamaha in 250, cilindrata all’epoca di maggior competizione e prestigio. Honda, Yamaha, Suzuki in quei primi anni scelgono piloti non italiani perché l’Italia delle moto resisteva ancora di fronte al boom dell’invasione gialla. La Yamaha crede nelle corse e investe facendo un salto da gigante: solo una vittoria nel 1963 e poi subito il titolo nel ’64 con quella storica duemmezzo bicilindrica 2T a dischi rotanti, raffreddamento ad aria, 105 kg di peso, dal rombo stridulo e con una potenza all’epoca stupefacente vicina ai 50 Cv, oltre i 12.000 giri, delicata per le bizze della carburazione, scorbutica ai bassi regimi, ma imprendibile per le sue brucianti accelerazioni e per i suoi 240 km/h e passa. Delle italiane resistono solo Morini e Benelli. Honda corre ai ripari: prima con la nuova “4” e infine con la poderosa 6 cilindri di Hailwood, Redman, Graham, Bryans. La Casa dei tre diapason risponde ancora con la strabiliante 4 cilindri 2 t a dischi rotanti (anche nella 125), tornando poi, dal 1969 con i nuovi regolamenti restrittivi, alle 250-350 bicilindriche di nuova generazione. Quindi il gran salto nella massima cilindrata con le 4 cilindri, prima due tempi, poi le 4 tempi nell’era MotoGP. Ma quella è un’altra storia: il solco fu tracciato nel 1964 con quella formidabile 250 (diventerà, sempre rinnovata, la moto per antonomasia di quasi tutti i partecipanti al motomondiale 250 e 350) che lanciò il “duro” Phil Read e anche il “fantino” Bill Ivy nel firmamento mondiale.

i campioni yamaha

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In seguito, dal 1965 in poi, arriveranno, a pioggia, i titoli mondiali con Read e Ivy (1967-1968), Kent Andersson (1973-1974), l’era straordinaria e tragicamente interrotta della meteora Jarno Saarinen. Quindi i titoli nella 500, il primo italiano su una moto giapponese, la Yamaha, con l’iride nella classe regina nel 1975 con Giacomo Agostini. Poi Kenny Roberts (1978-79-80), Eddie Lawson (1984, 86, 88), Wayne Rainey (1990, 91, 92). In seguito, 2001, a Max Biaggi sfugge il titolo andato a Rossi (Honda), passato in Yamaha dal 2004 al 2009. Su su, in una girandola dove Yamaha è sempre ai vertici, fino al 2008, quando Rossi porta a 37 i titoli mondiali costruttori della casa dei tre diapason, che fa il sorpasso storico sulla MV Agusta. Il resto è cronaca e tutti la conoscono, fino all’ultimo iride di Lorenzo nel 2015 sulla M1 Yzr, un gioiellone di 158 kg, con motore 1000 cc 4 cilindri in linea da oltre 240 Cv e oltre 340 km/h di velocità. I più grandi piloti hanno corso con Yamaha, meno due: Mike Hailwood e Casey Stoner. Di quelli in attività il pensiero va a Marc Marquez.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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