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Nel week end dell’ 11 e 12 settembre all’Enzo e Dino Ferrari c’è la rievocazione della mitica corsa creata da Checco Costa: appuntamento con i campioni dell’epoca, parate, moto leggendarie e il ricordo del team manager recentemente scomparso

Massimo Falcioni

C’è attesa per la “200 Miglia Revival&Coppa d’Oro” memorial Fausto Gresini che si svolgerà sabato 11 e domenica 12 settembre 2021 all’autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola. Alla manifestazione del “batticuore”, organizzata dal Moto Club Santerno “Checco Costa” insieme a Formula Imola e comune di Imola e intitolata all’indimenticabile ex campione e team manager imolese deceduto a 60 anni il 23 febbraio per Covid, il pubblico (obbligo green-pass) può accedere sulle tribune del circuito e anche nel paddock intrattenendosi con i piloti. Gli appassionati di ieri e di oggi potranno assistere a sette parate non competitive denominate 200 Miglia Revival, 100 Miglia Revival, 50 Miglia Revival, Historic FIM, Coppa d’Oro Revival, Endurance e Sidecar con protagonisti alcuni dei grandi campioni degli Anni ’70 e ’80 del secolo scorso in sella a moto che hanno segnato una delle epopee più significative del motociclismo.

Fra assi e il Dottor Costa

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Tra gli assi presenti spiccano gli ex iridati Johnny Cecotto e Marco Lucchinelli nel 40° anniversario dei loro trionfi nelle 200 Miglia 1980 e 1981 insieme a tanti altri fra cui i “mondiali” Carlos Lavado, Pier Paolo Bianchi, Eugenio Lazzarini, John Ekerold e altri super manici dell’epoca: Gianfranco Bonera, Mick Grant, Leandro Becheroni, Henk Van Kessel, Vinicio Salmi, Sergio Pellandini, Stefano Caracchi, Marcellino Lucchi, Giuseppe Ascareggi, Dario Marchetti, Philippe Coulon, Jos Schurgers, Alex George e molti altri. Testimonial dell’evento Virginio Ferrari, vice iridato mondiale 500 nel 1979 dopo duelli storici con Kenny Roberts nonché campione mondiale Formula TT nel 1987, primo e unico pilota italiano a vincere questo importante campionato iridato. Presenti, nel filo della continuità con la storia dell’autodromo e con le grandi corse organizzate per decenni da Checco Costa, il dottor Claudio Costa (fondatore della clinica mobile) che presenzierà alla serata di gala di sabato 11 settembre con la proiezione del film: “Voglio correre” e il fratello Carlo, l’avvocato-speaker storico dell’autodromo, la “voce” del motociclismo de: “I giorni del coraggio”.

collezionisti e storia

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Di particolare interesse l’arrivo in autodromo di collezionisti e motociclisti, italiani ed esteri, per presentare il meglio di moto autentiche e certificate, gioielli che si completeranno con moto storiche di gran valore e significato grazie al supporto di Amicale Spirit of Speed. Star delle esposizioni tante moto da Gran Premio di ieri e di oggi, comprese MotoGP, SBK, Endurance. Insomma, piloti e moto di gran livello e per tutti i gusti nel ricordo delle 13 edizioni (fra il 1972 e il 1985) della 200 Miglia, la “Daytona d’Europa” che il fondatore e deus ex machina del circuito imolese Checco Costa importò dall’America, trasformandola con il magico tocco del Made in Italy nella “corsa più importante e più bella del mondo”. Una corsa-rivoluzione per la partecipazione inedita di campioni europei e americani per la prima volta insieme nel duro confronto della pista e per la svolta nel marketing e nella comunicazione. Oltre all’alta tensione fra i protagonisti grazie al tam tam mediatico che gettava benzina sul fuoco dividendo le tifoserie, c’erano sponsor munifici, per la prima volta con le tute di pelle dei piloti e dei loro caschi, non più neri ma sgargianti, in un contorno di manifesti, pass stampa e biglietti per il pubblico.

verso lo show business

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Con la prima 200 Miglia (322 Km in due manche) del 23 aprile 1972 le grandi corse cambiavano volto e sostanza ponendo le basi dell’odierno motociclismo show-business. Le rivoluzioni, si sa, non si inventano. E Checco Costa, dopo i brillanti risultati ottenuti sin dai primi Anni ‘50 sul circuito dei tre monti con le “sue” corse nazionali e internazionali, voleva fare di più e ancor meglio, portando in Italia ancora una volta “aria nuova”. Costa analizzava tutto quel che accadeva nel mondo, in particolare le corse in America, affascinato da quel che oltre Oceano avevano inventato sin dal 1937, gareggiando su maxi moto di 750 cc nella prima 200 Miglia di Daytona su un tracciato di 3,2 miglia a sud della città, formato da un tratto di spiaggia con sabbia finissima e da un rettilineo della vicina autostrada che portava a Miami. Era quella la “via americana”, sconosciuta in Europa, di un motociclismo in cui accadeva di tutto, specie quando le onde del mare invadevano la spiaggia, quindi parte del circuito, con i centauri trasformati in… nuotatori. Grandi rischi e grande show, un moderno replay della corsa delle bighe al Circo Massimo di Roma, ovviamente senza tragici epiloghi. Grazie alla intraprendente genialità e perseveranza di Bill William Henry Getty France Sr (già buon pilota auto e fondatore della NASCAR) a fine Anni ’50 sorge il “Daytona International Speedway”, l’autodromo pensato e costruito come un immenso stadio di baseball, con curve sopraelevate velocissime e una parte mista interna, con tribune, spazi di ristoro e servizi mai visti prima in un circuito: un pieno di rombi e di colori, con mille iniziative in pista e fuori, un gran giro di soldi, un grande business, una gran festa.

la scintilla

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Nel pieno dell’organizzazione del round del motomondiale 1969 in programma a Imola il 7 settembre, il 10-11 maggio Checco Costa è ospite del GP di Germania a Hockenheim dove incontra proprio Bill France, il promoter di Daytona e della 200 Miglia americana per maxi moto derivate dalla serie da 500 cc a 750 cc. Fra i due super organizzatori nasce un gran feeling che diventerà solida amicizia e Checco riceverà poi l’abbraccio e i complimenti di Bill France quando il suo collega yankee verrà poi in Italia ad assistere alla 200 Miglia di Imola. Senza nulla togliere al valore delle 200 Miglia Made in USA, cui spetta la primogenitura di questo tipo di corse-show, è però stata la 200 Miglia di Imola, con le sue splendide tredici edizioni, a segnare la storia del motociclismo mondiale, sviluppando in meglio quanto già fatto di buono in America. Ciò grazie, soprattutto, alla passione e alla genialità di Checco Costa che ha fatto di Imola “il circuito più bello del mondo” (Enzo Ferrari dixit) e la capitale mondiale del motociclismo, organizzando corse-kermesse innovative, avvincenti, con la presenza dei più grandi campioni in sella ai bolidi delle principali Case mondiali, e la cornice di un pubblico, quasi sempre oltre le 100 mila presenze anche nelle giornate di maltempo. Per capire chi è stato il dottor Checco Costa basta ricordare uno striscione issato in circuito sulla collina del batticuore in cima alla curva Tosa: “Checco Costa, il più grande organizzatore del passato, del presente e del futuro”.

Checco Costa e il futuro

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Ha scritto Marino Bartoletti nella prefazione del bel volume su Checco Costa di Angelo Dal Pozzo e Claudio Ghini (Bacchilega Editore): “Sapeva vedere lontano Checco: forse perché era figlio dei campi, aveva il senso di un orizzonte che non finisce mai. E soprattutto sapeva vedere ‘avanti’, molto avanti. Perché abbinava le sue passioni alla genialità; le sue speranze alla concretezza; la sua apparente lucida follia alla più disarmante facilità nel trasformarla in fatti reali. E sarebbe nulla se, nel suo ineguagliabile percorso di vita e di lavoro, non avesse abbinato tutto questo a un candore e a un entusiasmo quasi infantili, a un’onestà e un rigore praticamente inimitabili. Checco era un bambino coi baffi da adulto; un cucciolo saggio e responsabile, un Peter Pan che aveva trasformato l’Isola che non c’è in un Castello che solo lui poteva immaginare”. La Coppa d’Oro Shell (dal 1954 al 1971), la 200 Miglia, la prima Daytona d’Europa del 1972, i mondiali dal 1969 sono esempi di come si trasforma una corsa in opera d’arte, nell’evento-show di una intera stagione e di una intera epoca. Checco Costa era uomo del suo tempo ma sapeva interpretare ogni tempo come ha dimostrato con il capolavoro della 200 Miglia dove rischiava finanziariamente anche di suo, con ingaggi ai piloti – quasi 50 milioni di lire alla prima edizione del 1972, con il vincitore che intascava oltre 15 milioni rispetto alle 500 mila lire poco più di una gara iridata e alle 50 mila lire di diaria per un corridore privato – che nessuno aveva mai offerto in una corsa motociclistica.

Albo d’oro

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Nell’albo d’oro della 200 Miglia figurano i nomi più illustri: nel 1972 i duelli Agostini-MV con Paul Smart e Bruno Spaggiari su Ducati, con quest’ultimo bruciato in volata dal compagno di squadra perché rimasto senza benzina a 500 metri dal traguardo; nella seconda edizione l’exploit trionfale di Jarno Saarinen, con Spaggiari (Ducati) secondo e Villa (Kawasaki) terzo; subito dopo il trionfo del finlandese a Daytona sulla stessa “piccola” Yamaha 350; la terza edizione ecco Agostini, anch’egli con il replay di Daytona, davanti all’americano Kenny Roberts (Yamaha) e al finlandese Teuvo Lansivuori (Yamaha); la quarta tocca al venezuelano Johnny Cecotto (secondo il francese Patrick Pons e terzo l’americano Steve Baker) che dalla 200 Miglia si lancia per dominare poi il Motomondiale 1975; nel 1976 infatti trionfa Steve Baker sul francese Michel Rougerie (Yamaha) e l’inglese Barry Sheene (Suzuki); nel 1977 domina Kenny Roberts (Yamaha) su Steve Baker e Agostini; nel 1978 dominio Yamaha con Johnny Cecotto su Baker e Agostini; ancora Cecotto nel nel ‘79 davanti a Marco Lucchinelli e a Roberts; nel 1981 Lucchinelli brucia Roberts e l’olandese Boet Van Dulmen; nell’82 è la volta di Greame Crosby (Yamaha) su Lucchinelli e Graziano Rossi (il papà di Valentino); due trionfi ancora per Kenny Roberts nel 1983 (su Franco Uncini e Eddie Lawson) e 1984 (su Lorenzo Ghiselli) e Steve Williams; l’americano Lawson vince nel 1985 su Randy Mamola e Takazumi Katayama; ancora Lucchinelli (su Ducati) nel 1986 su Anders Andersson e Rob Phillis; l’ultima edizione del 1987 vinta da Paul Iddon su Fred Merkel e Joe Dunlop. La 200 Miglia è stata davvero l’alba del nuovo motociclismo show-business, la prima competizione fra due grandi scuole agonistiche e organizzative: quella americana e quella europea, specificatamente italiana. Per la prima volta nella storia del motociclismo chi vinceva a Imola, oltre all’ambito trofeo, si portava a casa una somma che in precedenza nemmeno i campioni del mondo prendevano in una intera stagione. Idem per gli altri corridori.

Agostini come Cristoforo Colombo

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Rispetto alle 200 Miglia Made in Usa e Made in Italy una citazione particolare merita il 15 volte campione del mondo Giacomo Agostini, il primo dei piloti tricolori in corsa nel 1974 alla 200 Miglia di Daytona dopo il gran podio conquistato nel 1965 da Silvio Grassetti (Morini) nella gara iridata 250 sempre sullo stesso circuito americano. Agostini, al debutto con la Yamaha 750 4 cilindri 2 tempi dominò in quella 200 Miglia mettendo k.o. i campioni USA, considerati invincibili, in primis il marziano Kenny Roberts che alla vigilia della corsa aveva annunciato che avrebbe dato una dura lezione al giovane italiano, che invece trionfò. I giornali titolarono “Ago come Cristoforo Colombo conquista l’America!”. In quello stesso anno Agostini farà il bis dominando anche le due manche della 200 Miglia di Imola alla sua terza edizione battendo proprio il marziano texano Kenny Roberts e altri campioni yankyee , per la prima volta in Europa. Così Agostini, grazie proprio alle 200 Miglia, diventa per il motociclismo l’”eroe dei due mondi”. La 200 Miglia Revival di sabato e domenica prossimi è anche un contributo del motociclismo e dell’autodromo imolese per superare questa fase durissima della pandemia, riaccendendo i motori e la speranza. Un amarcord che fa bene all’oggi.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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