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Per molti l’australiano è stato più di un semplice campione Sbk: il 9 settembre 2001 con la Ducati segnava per la prima volta il suo nome nell’Albo d’Oro delle derivate di serie, dando inizio al suo mito

Manuele Cecconi

Amato come pochi, forse più di tutti, almeno quando si parla di Superbike. Anche al di là dei colori e delle divise. Troy Bayliss ha lasciato un segno indelebile nel mondo delle derivate di serie, conquistando non solo i fan della casa a cui ha legato indissolubilmente il suo nome – la Ducati, ça va sans dire – ma anche molti tifosi che militano, o militavano, ben al di fuori dell’esercito rosso. Diventato nel corso degli anni simbolo in carne e ossa della Superbike “vecchia maniera”, l’australiano tirò la prima stoccata al cuore degli appassionati con il sorpasso impossibile di Monza 2000, quando con una frenata furibonda alla prima variante si guadagnò i galloni da ufficiale per tutto l’anno successivo. E fu proprio nel 2001, alla stagione d’esordio nelle vesti di titolare, che l’avventura di Troy a Borgo Panigale fu benedetta dal primo raggio iridato, una vittoria mondiale che fece tirare un sospiro di sollievo ai ducatisti – rimasti orfani del fenomeno Fogarty – e aprì una nuova era per l’intera Sbk. Succedeva ad Assen, l’Università della moto, esattamente il 9 settembre di vent’anni fa.

EROE DEI DUE MONDI

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Siamo tutti figli di Troy. Quella del celeberrimo striscione, sventolato in diretta tv molti anni e molte vittorie dopo, è un’immagine che si presta alla perfezione per riassumere in quattro parole l’affetto che il pubblico della Superbike ha sviluppato nei confronti di uno dei suoi campioni più rappresentativi. Un fuoriclasse che, oltre ad aver fatto emozionare con i suoi numeri in sella alle bicilindriche bolognesi, è riuscito in qualche modo a vendicare l’onore dei piloti delle derivate di serie con quella splendida vittoria di Valencia, in MotoGP, che nel 2006 chiuse la bocca a tutti coloro che tacciavano la Sbk di essere la serie B del motociclismo. Un veni, vidi, vici dal sapore a dir poco romantico che fece guadagnare a Bayliss, allora quasi 38enne, anche le simpatie di chi sino ad allora non aveva mai seguito le sue gesta, e persino qualche paragone con la leggendaria impresa di Mike Hailwood al TT 1978.

IL PRIMO MONDIALE

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Furono sei le vittorie che nel 2001 consentirono a Troy di mettere le mani sul primo titolo. Lo stesso numero di centri messi a segno in quell’anno dall’americano Ben Bostrom, suo compagno di marca, che pagò però lo scotto di una minore costanza. Prima dell’Olanda, dove Bayliss mise a segno la doppietta che gli consegnò matematicamente il mondiale, l’australiano era salito sul gradino più alto del podio anche nelle due manche di Monza, al Lausitzring e in Gara-1 a Misano, confermando ai vertici Ducati che gli ottimi risultati del 2000 non erano stati un fuoco di paglia. Niente male per uno che alle corse c’era arrivato tardi, passando dal fare il carrozziere (mestiere al quale si era dedicato prima dell’esordio nel professionismo) a diventare una delle più brillanti stelle del Motorsport su due ruote.

LA RIVALITÀ CON EDWARDS

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Gli avversari? Oltre a Bostrom i più acerrimi sfidanti di quello che si è già guadagnato la qualifica di erede di Fogarty sono stati Corser, Hodgson, Xaus, Chili e soprattutto Colin Edwards, che sotto molti profili rappresenta un po’ la nemesi dell’australiano. Ma è proprio con Texas Tornado, alfiere di casa Honda in sella alla rivoluzionaria Vtr, che nasce una splendida amicizia-rivalità, giunta al suo apice in quel duello all’ultimo sangue che si consuma nel 2002 tra i saliscendi di Imola. Un corpo a corpo proseguito anche nel paddock, ma stavolta con un abbraccio che va oltre le classifiche, oltre le tabelle dei tempi, oltre gli albi d’oro. L’abbraccio tra due giganti, consapevoli di aver scritto – assieme, a quattro mani – una delle pagine più belle di questo sport.

TRIPLETTA

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Ma è solo l’inizio del mito Bayliss. Nel 2006, dopo la parentesi non del tutto fortunata in MotoGP , arriva anche il secondo titolo: il Re è tornato, e con una gara-premio di fine stagione si toglie anche un fastidioso sassolino dalla scarpa nell’ultimo round del Motomondiale. Persino nel 2007, su una 999 che per quanto vittoriosa ha ormai evidentemente fatto il suo tempo, l’australiano dagli occhi di ghiaccio difende il suo scettro con le unghie e con i denti, vendendo cara la pelle con ben sette successi di manche. Uno in meno del Campione del Mondo James Toseland, di 11 anni più giovane di Troy. Ma nel frattempo Ducati ha messo in campo la 1098, l’arma che consentirà a Bayliss di coronare a quasi quarant’anni il sogno di ogni Campione: chiudere con una vittoria. E vittoria sia, con il terzo titolo del 2008 e una doppietta schiacciante su un circuito nuovo, Portimao, che vede il numero 21 danzare al ritmo del suo ultimo assolo.

NONNO TROY

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Il lupo perde il pelo ma non il vizio. A quanto pare nemmeno il canguro, visto che nonostante le apparenti promesse alla moglie (ammesso che Kim ci credesse davvero…) Troy si guarda bene dal mettere tuta e casco sotto naftalina. Un po’ di dirt track a qualche evento locale e qualche collaudo con Ducati alimentano una fiamma che non si è mai spenta: arrivano così, prima la wild card iridata nel 2015 (sulla Ducati Panigale ufficiale, al posto dell’infortunato Davide Giugliano), poi la più recente partecipazione al Campionato Australiano Superbike, dove a quasi dieci anni dal suo ritiro mondiale il “nonno” si toglie anche la soddisfazione di qualche vittoria. Nel frattempo, appena qualche mese fa, Troy nonno lo è diventato per davvero . E se per ogni figlio, come sosteneva Enzo Ferrari, un pilota perde un secondo al giro, per far smettere Bayliss c’è voluto addirittura un nipote…

Fonte: https://www.gazzetta.it

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