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Era denominata “Pesaro-Mobili” la gara tricolore del 29 agosto 1971 che andò in scena sul circuito cittadino nella periferia di Pesaro. L’ultima battaglia gloriosa tra Mike e Ago

Cinquant’anni fa, il 29 agosto 1971, si disputava sul circuito “extra cittadino” di Villa Fastiggi alla periferia di Pesaro una gara-show con al centro lo scontro diretto fra Agostini su MV Agusta e Mike Hailwood su Benelli. Ufficialmente era in calendario come gara tricolore con il timbro “internazionale”, nei fatti una corsa da mondiale per il livello tecnico-agonistico dei partecipanti. È una corsa che passerà alla storia perché sarà quello l’ultimo duello fra Agostini e Hailwood e perché dopo il divieto di correre sui circuiti cittadini a seguito della tragedia del 4 aprile 1971 con la morte di Angelo Bergamonti la gara di Villa Fastiggi organizzata magistralmente dal Moto club Tonino Benelli resta una eccezione, non disputandosi né sui tradizionali viali delle città né su un circuito permanente. La corsa di Villa Fastiggi, denominata “Pesaro Mobili” per il supporto economico degli imprenditori locali del settore, riaccende antiche passioni riportando il motociclismo in prima pagina e una gran folla sul circuito stradale.

Ex compagni di squadra

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Nel motociclismo pesava negativamente l’addio alle corse a fine stagione 1967 (per il forfait della Honda) di un fuoriclasse-personaggio quale Mike Hailwood, rientrato pro tempore nel round mondiale di Monza il 15 settembre 1968 in sella alla Benelli 500 4 cilindri dopo aver abbandonato nelle prove del sabato mattina, per dissidi interni, la MV Agusta 3 cilindri, imbattibile con Agostini. Nella corsa monzese martellata dalla pioggia, sin dallo start s’accendeva la lotta fra gli ex compagni di squadra con Hailwood volato via al terzo giro alla curva Parabolica. Mike ci riprova, sempre con la Benelli, la settimana dopo sul circuito cittadino di Riccione chiudendo terzo nella classe mista e insiste, stavolta grazie alla Honda che gli concede i suoi bolidi già messi nel museo, andando a vincere a fine anno quattro confronti diretti con Agostini sui circuiti-salotto inglesi di Mallory Park e Brands Hatch. Sempre sensibile al richiamo di lauti ingaggi, a fine marzo 1969 Hailwood torna a Riccione finendo secondo, staccatissimo da Agostini, con una Honda 500…spompata.

La rimonta si Silverstone

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Passato con soddisfazione alle 4 ruote, il fuoriclasse inglese rientra in moto nel 1970 e ‘71 nella 200 Miglia di Daytona con le Bsa derivate di serie, ancora senza fortuna, costretto al ritiro per noie meccaniche dopo essere stato in testa fin quasi alla fine. Ed ecco Silverstone, dove a Ferragosto del ’71, sul tracciato ricavato dall’ex aeroporto militare che aveva ospitato nel 1950 la prima gara del mondiale di Formula 1, c’è quella che viene promossa come la “sfida del secolo” perché il Daily Express si fa portavoce della potente Auto Cycle Union scrivendo che quella sarà l’”ultima volta” fra Hailwood e Agostini. La non eccelsa Yamsel 350 (di fatto una Yamaha bicilindrica 2 tempi con telaio special) recalcitra allo start costringendo Mike a un inseguimento da incorniciare: ultimo alla fine del primo giro, su su fino a ridosso del podio, pur se ben lontano dal trionfatore Agostini e anche dall’astro nascente finlandese Jarno Saarinen e dalla vecchia volpe inglese John Cooper.

La “rivincita”

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Il round di Silverstone, non eccelso sul piano tecnico ma validissimo come show-business, ha comunque un’eco internazionale tanto da spingere gli organizzatori della gara pesarese in programma il 29 agosto a lanciarla come il match della “rivincita” fra Agostini e Hailwood, impreziosita dal mettere a disposizione di Mike le Benelli 4 cilindri 350 e 500. È una corsa contro il tempo. Il fuoriclasse inglese viene immediatamente contattato e convinto anche grazie a un forte ingaggio quantificato all’epoca sui sei-sette milioni di lire, più bonus extra: circa il doppio di quanto dato ad Agostini. La diaria per quasi tutti gli altri piloti era attorno alle 50 mila lire quando un operaio guadagnava circa 150 mila lire/mese. Alla Benelli si lavora giorno e notte per rimettere “a posto” le 4 cilindri tipo Monza ’68 puntando alla fine sulla 350, ritenuta ancora competitiva rispetto alla MV 3 cilindri di Agostini. Va ricordato che su quella “treemmezzo” 4 cilindri pesarese Silvio Grassetti aveva vinto nel ‘67 il combattuto campionato italiano seniores 350 (fra l’altro gran secondo dietro a Ralph Bryans sulla Honda 6 cilindri nella gara mondiale bagnata di Monza) e Renzo Pasolini aveva battuto Agostini ben dodici volte. Nel 1971 quelle Benelli 4 cilindri Grand Prix erano oramai considerate superate: tuttavia, anche grazie alle continue migliorie, erano pur sempre bolidi di grande valore, di tutto rispetto.

L’ultima gloriosa sfida

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L’attesa per il grande appuntamento cresce in Italia e non solo. Il tam-tam mediatico accende l’interesse del grande pubblico che già dalla notte fra sabato e domenica invade il circuito distante da Pesaro una manciata di chilometri. È lo stesso popolo degli anni d’oro della Mototemporada tricolore: famiglie intere tornate alle corse da ogni posto d’Italia, anche dall’estero. Quel giorno, in una giornata di piena estate, il litorale adriatico pare svuotarsi, con interminabili file di gente verso la strada che da Pesaro porta ad Urbino, assiepando le tribune improvvisate e ogni spazio disponibile. C’è già il pienone nelle gare d’apertura vinte da Alberto Ieva (Morbidelli 50), da Gilberto Parlotti (Morbidelli 125), da Dieter Braun (Yamaha 250) e a fine giornata Agostini sarà portato in trionfo dopo la vittoria (in solitaria) nella 500. La corsa clou della 350 subisce ritardi alla partenza perché il pubblico invade la pista gridando i nomi di Ago e di Mike, issando cartelli e bandiere, con tafferugli fra fan. Poi allo start la folla esplode: al curvone da cardiopalma dopo il traguardo l’urlo della Benelli in testa riporta alle glorie passate della Casa del Leone e fa battere forte i cuori. Mike guida da gran maestro, come nei suoi giorni migliori: la sua è una memorabile danza che da sola merita il costo del biglietto d’ingresso dei 60 mila e passa (c’è chi dice 100 mila presenti) che attendono la risposta di Agostini che, come un’ombra, segue senza scomporsi il suo ex maestro. Per cinque giri conduce Mike con Ago in scia. Per altri cinque giri l’italiano fa da apripista con l’inglese appaiato. In alcuni punti del tracciato, che sul nuovo asfalto della superstrada fa volare le moto oltre i 250 km/h e sulla parte vecchia dentro il paese porta i piloti a sfiorare porte e finestre delle abitazioni, Agostini e Hailwood incrociano le traiettorie e gli sguardi, con contatti e provocazioni reciproche. Sul finale, da uno scarico della Benelli esce fumo, proprio quando Agostini abbassa una volta, due volte, tre volte il suo tempo sul giro, con tre record della pista uno in fila all’altro e l’ultimo passaggio in 1’20″5, capolavoro del trionfatore sulla MV. L’invasione di pista, a quel punto, è inarrestabile: Agostini e Hailwood percorrono come tartarughe il giro d’onore, ricevendo applausi, ovazioni, pacche sulle spalle e anche richieste d’autografo da chi si presenta a torso nudo chiedendo la firma sul proprio corpo. Sul podio i due amici-nemici si sorridono. Poi si abbracciano. È la prima volta. E sarà anche l’ultima.

La fine dei circuiti cittadini

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Nel 1972, sempre a Villa Fastiggi colmo di gente, con le nuove 350 e 500 4 cilindri, la Benelli si prenderà la rivincita battendo con Jarno Saarinen il binomio Agostini-MV in entrambe le cilindrate. Il fuoriclasse finlandese farà addirittura tris dominando pure la 250 (con la Yamaha) davanti a Renzo Pasolini sulla Aermacchi-HD. È l’inizio della nuova era che, purtroppo, durerà poco, chiudendosi con lo schianto mortale di Monza del 20 maggio 1973. Sull’onda dei grandi successi del 1971 e 1972 Villa Fastiggi ci riprova nel 1975 con al centro il duello in 500 fra Barry Sheene (Suzuki) e Giacomo Agostini (Yamaha), fresco del suo 15° titolo iridato, duello risoltosi a favore del campione inglese. Nel 1978 la corsa viene spostata nella vicina Chiusa di Ginestreto con Kenny Roberts “star”. Ma sono gli ultimi fuochi dell’epopea dei “circuiti cittadini” che lasciano definitivamente il campo, non senza rimpianti, agli autodromi permanenti.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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