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Il 16 maggio 1976, 45 anni fa, moriva al Mugello in 250 Otello Buscherini, pilota di talento che aveva già sfiorato due Mondiali. Quella tragedia insegnò che sui circuiti permanenti lo studio delle vie di fuga era la priorità

Massimo Falcioni

Quarantacinque anni fa, il 16 maggio 1976, a seguito di un incidente durante la gara del Motomondiale delle 250 al Mugello, perdeva la vita il 27enne forlivese Otello Buscherini, uno dei più forti e amati piloti italiani dell’epoca. Il nuovo autodromo toscano, costruito nel 1971-72 e inaugurato nel 1974, debuttava drammaticamente nel Motomondiale: oltre 100 cadute nel weekend, con tanti corridori feriti e due piloti deceduti (oltre a Buscherini, anche il cesenate 28enne Paolo Tordi nella gara precedente della 350). Splendido nella sua collocazione geografica, tecnicamente superbo, nel 1974 il circuito a due passi da Scarperia era ancora una struttura in fieri e, come quasi tutti gli altri tracciati di quegli anni, assai pericoloso mancando di vie di fuga, con reti sostenute da fin troppo robusti pali di legno conficcati a ridosso delle curve.

le premesse

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Va ricordato che nel 1971, con l’incidente mortale di Angelo Bergamonti a Riccione, si era chiusa l’epopea dei “circuiti cittadini”; che nel 1973 con la tragedia di Renzo Pasolini e Jarno Saarinen e quella successiva di Galtrucco, Colombini, Chionio il motociclismo abbandonava Monza; che nel 1972 si inaugurava il nuovo impianto di Misano con vie di fuga e sicurezza mai viste prima ma che ancora nel 1975, precisamente il 27 aprile, a Imola moriva a 27 anni Tommaso Piccirilli, il Re di Vallelunga, dopo un tremendo contatto in corsa con Vinicio Salmi, costretto a chiudere lì con le corse e tre mesi dopo, il 20 luglio, proprio al Mugello c’era stata la prima vittima in corsa: il 22enne veneto Carlo Fiorentino. Una stagione funesta, quella del 1976 – a fine anno ci sarà il canto del cigno di Giacomo Agostini e della MV Agusta – dove agli incidenti sopra ricordati ne vanno aggiunti altri gravissimi: ad Assen moriva il 23enne campione tedesco delle 350 Rolf Thiele; al Bol D’Or toccava al 30enne giapponese Morio Sumiya; al TT dell’isola di Man perdevano la vita gli inglesi Phil Gurner e Peter Mc Kinley.

le proteste

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In quella mattinata di venerdì 14 maggio 1976, subito dopo le prime prove ufficiali, a seguito delle tante cadute dalle pesanti conseguenze, i piloti protestano apertamente chiedendo – invano — immediate modifiche: l’ampliamento delle vie di fuga almeno in alcune curve e soprattutto la modifica di quei pali, già nefasti al solo guardarli. Contro quelle reti e quei pali finiranno in corsa tanti piloti uscendone malconci e, purtroppo, chiuderanno la loro esistenza Otello Buscherini uscito alla curva dell’Arrabbiata nelle 250 e prima di lui, nella 350, Paolo Tordi, sbattuto contro i pali della Biondetti. Entrambi immediatamente soccorsi ma deceduti subito dopo, sull’autolettiga o in ospedale, per lo sfondamento della cassa toracica e per le numerose ferite riportate. La giostra continuò a girare e i 100 mila presenti applaudirono di lì a poco, Barry Sheene, il trionfatore della 500 in un volatone mozzafiato con Phil Read.

l’incidente di buscherini

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Otello Buscherini era oramai pronto all’assalto di un titolo mondiale, in una fase dove tenevano banco fior di campioni: oltre ai già citati Sheene e Read, Jonny Cecotto, Giacomo Agostini, Marco Lucchinelli e altri. Ma torniamo al GP delle Nazioni del 16 maggio 1976. In una giornata primaverile assolata, dopo aver corso in mattinata una 125 in chiaroscuro, Buscherini non voleva mancare il colpaccio nella 250 in sella alla competitiva Yamaha bicilindrica. Il forlivese, rimasto ingolfato nel serpentone al via, recupera subito con tempi record, agganciandosi al gruppetto di testa con “numeri” da brivido. Ma il boato del pubblico si trasforma di lì a poco in un cupo silenzio, anticipatore della tragedia. Otello aveva sferrato l’attacco nel punto più insidioso, in piega, all’Arrabbiata uno, per lanciarsi poi, a manetta, verso la salita dell’Arrabbiata due. Il bolide aveva uno scarto tremendo, innescando a forte velocità la paurosa carambola fuori pista, con l’esito tragico. Otello inseguiva la sua vittoria più luminosa e incontrava, invece, il buio della morte: lasciava lì, nella polvere insanguinata di una arena traditrice, con la vita, il suo sogno iridato, oramai a portata di mano.

chi era buscherini

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Buscherini era un ragazzo alla mano, veniva dalla gavetta dell’officina, viveva per le corse: pilota di talento, non piccolo anche se magro come un chiodo, stilista alla Provini, un Giotto del manubrio, pennellatore di rara bravura ed efficacia, generoso e d’assalto, fin troppo, con staccate e sbandate che si tramutavano anche in paurose cadute. L’ultima delle quali – prima di quella fatale del Mugello – a Imola, con frattura scomposta dell’apofisi, prima vertebra cervicale e contusioni varie. Come era “duro” in pista, era altrettanto sereno, gioviale, aperto con tutti, sorridente con la battuta romagnola pronta, fuori dalla mischia delle corse. Pluricampione italiano, voleva correre ovunque – dalla salita alla pista – e con qualsiasi moto, come sapesse che doveva fare presto, mancandogli il tempo. Nel 1973 era diventato uno dei “big” iridati vincendo i GP 125 di Finlandia e Cecoslovacchia. Nel 1974 aveva sfiorato il Mondiale 125 con la Malanca bicilindrica (l’ambiguità del regolamento gli costò la vittoria ad Abbazia, squalificato per le sette marce della sua moto), salendo sette volte sul podio, due volte secondo e cinque volte terzo. Nel 1975 trionfava nelle 350 (Yamaha) al GP di Brno, a coronamento di una splendida stagione e di un futuro dorato, che invece si incupì, fino all’ultimo atto del Mugello.

l’associazione buscherini

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A Forlì opera da anni un’associazione che porta il nome di Otello Buscherini. Ne è presidente Luciano Sansovini, che organizza varie iniziative e ha all’attivo numerose pubblicazioni nel ricordo di Otello. Dopo Otello Buscherini, prima Loris Reggiani poi Andrea Dovizioso hanno onorato e sostenuto in Italia e nel mondo la grande tradizione del motociclismo forlivese.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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