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Il campione protagonista da 26 stagioni: “I tre titoli più belli? Il 2001, l’ultimo della 500, che sfida con Biaggi; il primo con la Yamaha nel 2004 e quello 2008, quando mi davano già finito. Avrei sfidato Hailwood, Schwantz e Agostini”. “Cancellerei Valencia 2006, avrei 10 titoli, anche dopo il furto del 2015””

Paolo Ianieri

La storia di Valentino Rossi va a braccetto con quella della Gazzetta dello Sport. Quando il 3 aprile 1996 la Rosea festeggiava i 100 anni, Valentino aveva appena debuttato nel Mondiale 125, 7o nel GP della Malesia del 31 marzo, in una gran giornata per l’Italia: Luca Cadalora 1o in 500, Max Biaggi in 250 e Stefano Perugini in 125.

Valentino, che legame ha con la Gazzetta?

“La Gazzetta è il giornale più famoso e iconico per gli sportivi italiani. Me la ricordo da sempre, da quando ero piccolino, piccolino. Venti, venticinque anni fa, se volevi avere notizie fresche dovevi leggere la Gazzetta. Lei e Motosprint, perché parlavano di moto, Formula 1 e calcio. Quando mi svegliavo, c’era sempre a casa mia”.

Chi la comprava?

“Più la Stefi che non Graziano (mamma e papà; n.d.r.), direi. A Graziano piaceva leggerla quando parlavano di me, di lui… le aveva tutte”.

Ricorda il primo articolo che parlava di lei?

“Credo i primi anni in cui ho cominciato a correre con le moto grosse, quindi direi il 1993-94, in cui si iniziava a parlare di questo figlio di Graziano che sembrava avere un gran futuro”.

Lei è un grande collezionista della sua carriera. Ha collezionato anche le Gazzette?

“Ne ho tante. Ultimamente meno, però quelle delle nostre interviste le tengo sempre. Soprattutto ne ho un sacco dei primi anni, a quei tempi faceva impressione essere sulla Gazzetta. Bella anche l’ultima copertina di Sportweek con me e Morbidelli e quel titolo “Siamo solo noi”. È piaciuta anche a Vasco (Rossi; n.d.r.)”.

Chi è il suo atleta italiano preferito?

“È una domanda difficile. Sicuramente Alberto Tomba, un mito. Sono molto appassionato di sport, mi piace il calcio, potrei dire Roberto Baggio, o i motociclisti, Cadalora, Capirossi. Ma forse Tomba ha fatto la differenza più di tutti”.

Ventisei stagioni sono tante, molte belle, alcune straordinarie. Le tre per lei speciali?

“Il 2001, perché era l’ultimo Mondiale della 500 e quindi l’ultima possibilità di farcela: una battaglia all’ultimo sangue con Biaggi, stupenda. Poi il 2004, con la vittoria all’esordio a Welkom con la Yamaha. Sportivamente la più bella. E il 2008: per molti ero già finito, vecchio. Invece passando alle Bridgestone ho battuto Stoner”.

I tre avversari che avrebbe voluto sfidare.

“Mike Hailwood, Kevin Schwantz e Giacomo Agostini”.

La sua generazione non ha mai conosciuto il fascino e la pericolosità del Tourist Trophy. Le spiace non averci mai corso?

“Ci ho fatto un giro con Agostini e in quel giro ho capito perché, nonostante sia così pericoloso, il TT è così bello, così mitico. Fa veramente paura, è stupendo. Ma no, non mi sarebbe piaciuto correrci, è veramente troppo pericoloso”.

Dopo tanti anni, abbiamo un dubbio: che in questa fase della sua vita non le interessi troppo essere un mito. Conta solo correre e tutto quello che ne deriva è una conseguenza.

“Il mio ragionamento è molto semplice e mi fa strano che certa gente non lo capisca, forse il mio modo di pensare è diverso. A me piace come mi sento, la sensazione, l’adrenalina che mi dà vincere, andare sul podio o solo fare una bella gara. Sto bene per qualche giorno. Mi piace quella sensazione lì. So benissimo che alla fine il tempo l’avrà vinta, purtroppo per tutti è così, ma provo con tutte le mie forze a rendergliela il più difficile possibile, ecco. E questo è il solo motivo per cui ancora corro”.

A proposito di miti: ha amato The Last Dance, la serie su Michael Jordan. Che a un certo punto confessa che si ritirerà due anni prima di quanto talento e fisico gli permetterebbero, per non vivere la fase del declino. Anche se, alla fine, fa intuire di essersi mezzo pentito.

“Queste sono sempre cose belle da dire, però, secondo me, quello che perdi smettendo di fare quel che ti piace di più, è più di quello che guadagni nello smettere quando sei all’apice della carriera. E comunque non sai mai se è veramente finita: nel 2013, al ritorno in Yamaha, per tutti ero già finito. Invece, se non mi avessero rubato il Mondiale, nel 2015 ne avrei vinto un altro, sarebbe stato il decimo e avrebbe allungato la mia vita sportiva da vincente addirittura di 6 anni. Quindi non la penso come Jordan, anche se lui è un mito per me. Ovvio, non voglio arrivare 12° o 16°. E se avessi voluto smettere all’apice avrei dovuto farlo qualche anno fa. Ma io ci credo, ci voglio provare”.

Vedremo mai un documentario su di lei?

“Mi piacerebbe moltissimo e probabilmente lo faremo, la mia storia è bella, ci son tante cose da raccontare. Abbiamo immagini, anche private, mai viste e quindi i prossimi anni, quando smetterò, mi piacerebbe fare un libro, ma soprattutto una serie come “The Last Dance”, perché secondo me sarebbe proprio figo”.

Altro mito: per Lewis Hamilton vi accomuna molto più di quanto immaginasse.

“Belli quei due giorni con Lewis a Valencia (si sono scambiati moto e auto; n.d.r.), abbiamo parlato, siamo stati a cena, passato tempo assieme. Ricordo che alle 9.15 del mattino, noi avremmo dovuto iniziare a girare alle 9 e io naturalmente ero in ritardo, hanno bussato, ho aperto e c’era Hamilton vestito da… Hamilton, con la tuta da F.1: “Oh, dai che è tardi, siete sempre i soliti italiani”. Abbiamo entrambi una grande passione per il motorsport, siamo molto curiosi di provare tutto”.

Quello che per lui invece vi differenzia, è che lei si focalizza troppo sui rivali giovani.

“L’ha detto Lewis? È una cosa interessante, me la segno e magari potrà servirmi”.

Cosa le piace di più della Petronas?

“Non voglio sputare nel piatto dove ho mangiato, stavo bene anche nel team Yamaha ufficiale. Però in Petronas si sta molto bene, c’è una bellissima atmosfera, tanti ragazzi giovani, un team ruspante. È molto inglese, di base sono diversi da italiani e spagnoli, però è figo star qui. La mattina mi dà gusto entrare nel box, ci sono persone che danno l’anima”.

Qual è l’eredità che lascerà alle corse?

“Io sono stato il primo pilota moderno della MotoGP, ho fatto tante cose per primo, che sono diventate un insegnamento per tanti piloti di adesso. Ho iniziato giovanissimo, ma io a 20 anni ero già in 500 e la mia strada è stata seguita poi da tutti. Ci sono un po’ di cose che io ho fatto e a cui tutti hanno guardato”.

Il Qatar è stata la prima da avversario di suo fratello Luca Marini. Cosa vi siete detti alla fine?

“Abbiamo pianto. No, non è vero, ma eravamo disperati tutti e due perché siamo andati piano. Ci piacerebbe lottare assieme, come domenica in Portogallo, ma per posizioni importanti”.

Mamma Stefania per chi soffre di più?

“Per tutti e due, in modo diverso. Luca si deve affermare, andare forte per il suo futuro in MotoGP, io devo cercare qualche bel risultato per la parte finale della mia carriera”.

Suo papà intanto si gode i “martedì di Graziano”, l’appuntamento per il pranzo a casa sua. Com’è il rapporto tra voi due?

“Una quindicina di anni fa abbiamo iniziato ad andare più d’accordo. C’è stato il periodo dell’adolescenza dove lui era severo, io invece volevo fare gli affari miei e litigavamo. Poi, però, verso i 25 anni il rapporto è cambiato, e da allora siamo andati d’accordo, come ora”.

Nel vedere i suoi invecchiare a cosa pensa?

“Mi spiace. A parte quando mi guardo allo specchio, io non mi sento assolutamente vecchio. Però vedere Graziano e la Stefania con i capelli bianchi fa effetto. Vorrei che rimanessero giovani per sempre anche loro”.

Se fosse un grande artista ma senza moto?

“Direi comunque uno sportivo. Mi piace molto questa vita e non ho particolari doti artistiche come disegnare o cantare. Anche se mi sarebbe piaciuto essere un musicista rock. Infatti Graziano voleva quello per me”.

A Misano nel 2018 ha indossato il casco di “Ritorno al futuro”: torni indietro e cambi un giorno solo della sua vita.

“Valencia 2006. Lì ho buttato via un Mondiale che avrei potuto vincere e sarebbero stati 10 comunque, anche dopo il furto del 2015”.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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