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Marc Marquez torna in MotoGP nel weekend del 18 aprile a Portimao. Abbiamo ripercorso le storie di altri piloti tornati dopo gravi infortuni: Barry Sheene “Iron Man” per i chiodi con cui era stato ricostruito dopo le fratture, Uncini vivo per miracolo, Graziano Rossi maestro di follie e cadute…

Massimo Falcioni

È vero che il ritorno di Marc Marquez dopo nove mesi dalla caduta di Jerez va oltre il motociclismo perché da sempre campioni di altri sport sono rientrati alle competizioni dopo incidenti e problemi di salute, alcuni con successo, altri con flop clamorosi. Resta il fatto che il motociclismo è uno sport “diverso”, non solo perché fra i più rischiosi anche oggi nonostante i grandi passi avanti fatti sulla sicurezza, ma anche perché al pilota del motomondiale sono richieste doti fisiche e psichiche, davvero uniche, oltre al talento e al coraggio. Il rischio è nelle corse. Abbiamo già visto quel che accadde in quasi mezzo secolo, da Tazio Nuvolari a Giacomo Agostini. Qui si dà uno sguardo dal dopo-Ago a oggi, con particolare riferimento alla classe regina.

prima di marquez: sheene

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Partiamo dal due volte iridato 500 Barry Sheene, il baronetto (era stato insignito dell’ordine dell’impero britannico e si presentava nel paddock prima in Rolls-Royce e poi in elicottero) chiamato anche iron man (uomo d’acciao) per chiodi, viti e piastre impiantati in corpo dai chirurghi dopo i tanti incidenti, morto a 52 anni per un tumore il 10 marzo 2003. Sheene, il Nuvolari ribelle degli anni Settanta, con il funambolico asso della F.1 James Hunt componeva una coppia di vizi e anticonformismo davvero extra, protagonisti nel paddock di un esclusivo club Whisky a Go Go. Con Nuvolari, oltre al gran talento e al gusto di provocare la sorte, Barry aveva in comune uno straordinario stoicismo, come fosse sempre calamitato dalla pista, rientrando a correre subito dopo ogni botta più deciso e forte che mai. Tante vittorie, due titoli mondiali ma altri trionfi buttati al vento solo per esagerazioni o, come ripeteva lui: “per sfida”. Ma le botte erano reali e lasciavano il segno. Centoventimila spettatori al GP delle Nazioni di Imola del 19 maggio 1974: dopo una lotta furente con Agostini e Lansivuori su Yamaha e Read e Bonera su MV Agusta, Sheene s’invola con la sua Suzuki ma al 20° giro, fra il boato della collina del batticuore, infila due doppiati portandoseli a terra in staccata: una bastonata, frattura del piede sinistro, escoriazioni ovunque. La sera lo cercano in ospedale ma lui è già lontano in Rolls con la sua splendida Stephanie, l’unica capace di riportarlo, se non sulla “retta via”, almeno lontano dal baratro. Barry restava Barry ma le botte sull’asfalto si susseguivano al pari della vita sregolata, lasciando il segno, fuori nel fisico forse anche dentro, nella sua mente. Barry cade molto e, quasi sempre, ad alta velocità: 1975, Daytona, sopraelevata, a 280 Km/h scoppia la gomma posteriore della sua Suzuki TR 750: in ospedale non sanno dove mettere le mani e fra ingessature, chiodi, piastre, viene tenuto sospeso con i tiranti per due settimane fra il letto e il soffitto della camera. E riparte. 1980: Paul Ricard, vola via nel curvone dopo il lungo rettifilo a 270 Km/h procurandosi abrasioni ovunque e l’amputazione del mignolo sinistro, maciullato. 1982: Silverstone, con la sua Yamaha 500 sbatte a 200 all’ora contro la moto a terra del francese Patrick Igoa appena caduto: i chirurghi non sanno a che santo rivolgersi componendo i suoi arti con 27 viti e tante piastre. Si ritira nel 1984 con il primato di pilota più fratturato della storia del motomondiale.

prima di marquez: lucchinelli

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Il “cavallo pazzo” di Ceparana di indole romagnola vince con la Suzuki del Team Gallina il mondiale 500 nel 1981 battendo (5 vittorie e 7 pole su 11 GP) gente del calibro di Kenny Roberts, Barry Sheene, Randy Mamola. Nell’82 debutta come cantante al Festival di Sanremo e, passato alla Honda, in quel biennio combina poco perdendosi poi, dopo un semi exploit in Sbk nel 1988, in una storiaccia di droga. Nell’82, fra le tagliole di lamiera del Salzburgring, in bagarre per la vittoria con Franco Uncini, vola via a 230 km/h evitando per miracolo una strage fra gli spettatori: una gran botta con frattura dello scafoide della mano sinistra e contusioni varie e, soprattutto, il fantasma di una paura mai sentita prima che toglierà a Lucky il quid che fa la differenza. Chiude l’avventura del motomondiale nel 1986 con la Cagiva 500 senza infamia né lode e nel 1987 ritrova la vittoria alla Battle of the Twins di Daytona con la Ducati 851 e l’anno dopo, sempre su Ducati, vince due gare nel mondiale Sbk. Gran talento, a corrente alternata, faceva quel che voleva fare buttando al vento, anche per sfortuna e per aver chiuso a soli 30 anni, gare e titoli.

prima di marquez: uncini

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Un anno più giovane di Lucchinelli, caratteri opposti, un mondiale 500 a testa, stessa marca di moto (Suzuki), stesso Team (Gallina). Il marchigiano Uncini, dal 1992 uomo Dorna nel Motomondiale (segue con Capirossi il delicato settore della sicurezza) per la sua intelligenza e freddezza, è famoso anche perché dopo di lui ci sono voluti ben 19 anni affinché un italiano (Valentino Rossi nel 2001) riprendesse la corona iridata della classe regina. Con il chiodo fisso della velocità (amava anche le corse di auto e di sci), in pista pareva andasse piano per il suo stile leggero e la tattica felpata ma i tempi sul giro e i risultati in gara dicevano di quale talento e tempra fosse Uncini, sempre lucido e freddo, l’opposto – tanto per dire – di un Lucchinelli, di un Rossi e anche di un Virginio Ferrari. Franco ha chiuso la carriera da corridore alla stessa età del 9 volte campione del mondo Carlo Ubbiali, a 30 anni. Nel 1981 cade più volte ma è nel 1983, campione del mondo in carica 1982 delle 500 dopo 5 vittorie e due terzi e un quarto posto, che subisce l’incidente più grave. Dopo un inizio di stagione in salita, all’ottavo round stagionale del GP di Olanda nel lungo di Assen, cade nella mischia del primo giro. Franco è fra i primi di testa, all’uscita di una curva da “seconda”, apre tutto, la moto si intraversa disarcionando il pilota, che resta in mezzo alla pista. Franco cerca di scappar via a gattoni verso il prato, a sinistra: Mamola, Roberts, Roche e altri lo schivano superandolo sulla destra mentre Wayne Gardner, alla sua prima gara mondiale, lo centra in pieno, a sinistra: con il manubrio prende il casco, strappandolo. Il fortissimo colpo fa ruotare il pilota italiano a 360°, su se stesso, cadendo poi di faccia, esanime, sull’asfalto. La corsa continua mentre Uncini viene trasportato all’ospedale di Groningen (30 Km a nord di Assen, la migliore clinica neurologica d’Europa) in coma, con gravissime lesioni nel cranio, oltre a diverse costole rotte e un ematoma tra cuore e polmone. Una settimana più di là che di qua, in coma profondo, e una ripresa lenta e complicata. Nell’84 il ritorno in pista, apparentemente come se niente fosse accaduto. Il 14° e il 15° posto finale nelle stagioni ’84 e ’85, evidentemente, dimostravano che qualcosa in Franco Uncini corridore si era rotto.

prima di marquez: ferrari

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Virginio Ferrari è l’unico italiano ad aver vinto il mondiale Formula TT (1987 su Bimota YB4 R)) con maxi moto derivate dalla serie (la Sbk dell’epoca), in Italia poco considerato, dimenticandosi che si disputava in gara unica sul micidiale circuito dell’Isola di Man e che aveva visto vincitori gente del calibro di Phil Read su Honda (1977), Mike Hailwood su Ducati 900 TT1 (1978), Ron Haslam su Honda (1979), Graeme Crosby su Suzuki XR 69 (1980 e 1981), Joe Dunlop su Honda (1982-83-84-85-86) e, dopo il trionfo di Virginio nell’87, il tris 1988-90 di Carl Fogarty su Honda RC30. Nel motomondiale, la stagione clou di Ferrari è quella del 1979, vice campione del mondo 500 (una vittoria, quattro secondi, un terzo, due quarti posti) su Suzuki dopo un furibondo tete-a-tete con Kenny Roberts (Yamaha) e Barry Sheene, terzo a due punti dall’italiano. Un maniaco della preparazione fisica e anche psicologica, incarnava il nuovo Agostini, ben più del focoso Lucchinelli e dello stravagante Rossi, e anche di Uncini, scientifico ma troppo freddo. “Il pilota non è un superuomo – Virginio dixit – ma un essere che ha focalizzato nella sua mente qualcosa di estremo in fatto di velocità, equilibrio, profondità”. Uomo e corridore asceta e profondo, di fantasia in pista e fuori. Anche di troppa fantasia, causa di incomprensioni, gare buttate, di cadute, di troppe cadute. Come il terrificante volo in pieno al Tamburello nelle qualifiche di sabato 12 maggio 1979 in occasione del GP delle Nazioni a Imola. Virginio ha un problema di saltellamento sulla Suzuki 500 GP che il suo box non riesce a risolvere: vuole lo stesso la pole e non pela il gas neppure nel curvone maledetto, nella massima piega “a biscia” perde aderenza sull’anteriore, sbatte contro le balle sul muro di recinzione a 280 Km/h. Pare morto: l’urto ha provocato l’arresto cardiaco. Il dottor Costa e i suoi gli ridanno la vita, gli riportano il sorriso, e Virginio l’indomani corre (sì, lo fanno correre…) e agli inizi pare in difficoltà, a metà gruppo. Poi il recupero, di nuovo a manetta al Tamburello e numeri alla Tosa, alle Minerali, alla Rivazza. Alla fine è secondo dietro a Roberts. Imola esplode. Il resto è noto.

prima di marquez: graziano rossi

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Del poker d’assi “azzurro” di quegli anni Graziano Rossi è quello che ha illuso di più agli inizi (nella 250) e che ha portato a casa molto meno degli altri tre amici-avversari. Terzo su Morbidelli nel mondiale 250 del 1979 (l’anno in cui nasce da mamma Stefania il figlio Valentino) non scende sotto il quinto posto (1980) con la Suzuki nella 500. Ritiri, cadute, tante gare – troppe – buttate per un modo di correre dove il risultato era un optional. Sfortuna tanta, anche cercata. Riuscì anche a farsi male (e a fare male) anche in un incidente stradale in auto fuori Pesaro mandando in tilt quella che doveva essere la “sua” stagione, sulla Suzuki del Team Gallina con Lucchinelli. Prima ancora, nel 1979, buttava via il mondiale 250 con la Morbidelli per una caduta harakiri al GP d’Inghilterra a Silverstone, gambe all’aria per passare un doppiato non in modo… ortodosso, con una ruota sola, in derapata. Forse neppure lui sapeva cosa cercava e andava forte, molto forte, in cerca di se stesso. Fino a quel pomeriggio di Imola del 19 settembre 1982 quando con la Yamaha 500 del Team di Giacomo Agostini sbatte a 250 Km/h al Tamburello e lì sarebbe rimasto senza l’intervento magico (intubato sull’asfalto nella stessa curva) dei medici della clinica del dottor Costa. Fra la vita e la morte, alla fine è salvo, tentando il rientro nelle corse con le auto, prima nella velocità nazionale poi nei rally. Le stravaganze dei caschi “artistici”, della 600 multipla, della gallina Cristina al guinzaglio, anche lo show per lo show in pista, restavano solo un ricordo. La ricerca dello show più che il risultato, l’esibizionismo fine a se stesso non aveva pagato. Il meglio verrà dopo, con Valentino. Anche per questo, grazie.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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